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LACAN TRENT'ANNI - la clinica, la teoria, la cultura, il sociale

Il successo di Lacan di Marisa Fiumanò

Due importanti e storiche associazioni lacaniane, A.L.I. (Associazione lacaniana internazionale) e S.L.P. (Scuola lacaniana di psicoanalisi) e le scuole di specializzazione che ad esse fanno riferimento hanno promosso insieme questa celebrazione del trentennale di Lacan. Mi auguro che sia la prima di ulteriori collaborazioni; collaborazioni necessarie perché l’eredità del nostro comune maestro è estremamente feconda ma anche molto impegnativa. È una grande eredità che richiede tanto lavoro e un'etica comune.

Per la seconda volta qui in Casa della Cultura abbiamo l'occasione di un confronto con Marco Focchi, Direttore dell'Istituto Freudiano di Milano: nel giugno di quest’anno Marco Focchi ha partecipato alle giornate di studio dell’ALI su Le non-dupes errent, uno dei seminari tardi di Lacan.

Silvia Vegetti Finzi, che ci fa l’onore della sua presenza, forse è superfluo ricordarlo ma mi fa piacere farlo, ha meriti enormi rispetto alla presenza del pensiero di Lacan in Italia. E di questo la ringrazio caldamente. Rocco Ronchi è ben conosciuto in Casa della Cultura: è, fra i filosofi, uno dei più originali lettori di Lacan. Alessandro Bertoloni, Marcello Morale e Paolo Scarano rappresentano gli analisti di ultima generazione e ci è sembrato importante ascoltare che cosa significhi per un analista debuttante assumere la responsabilità di collocarsi nella scia di un insegnamento così robusto, sofisticato e complesso come quello di Lacan.

Per situare storicamente Lacan in Italia accenno solo a qualche data: forse Silvia Vegetti Finzi che, come certo sapete, è autrice di una importante Storia della psicoanalisi, lo farà – o lo farebbe – molto meglio di me.

 

I trent’anni che ci separano dalla morte di Lacan, avvenuta nel settembre 1981, coincidono, grosso modo, con la diffusione del suo insegnamento in Italia anche se i suoi primi allievi avevano già cominciato ad operare agli inizi degli anni '70 quando, tradotti in italiano, c’era solo una raccolta di testi Cosa freudiana, gli Scritti e qualche seminario. Il pensiero di Lacan ha incontrato non poche resistenze prima di approdare alle Università e alle biblioteche dei nostri intellettuali.

Eppure Lacan, come Freud, amava molto l’Italia, ed era solito frequentarla in forma privata, conosceva molto bene i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi musei.

Ufficialmente Lacan è venuto in Italia, tra il '53 e il '74, ha tenuto seminari e conferenze a Roma, Milano, Torino, Napoli, Pisa e Firenze. A Roma è andato tre volte. La prima per pronunciare nel '53 il Discorso di Roma che diventerà un articolo centrale degli Scritti con il titolo Funzione e campo della parola e del linguaggio; la seconda nel 1968 per pronunciare Da Roma '53 a Roma '67 che diventerà: La psicoanalisi: ragioni di uno scacco. La terza ed ultima volta risale al 1974, anno in cui interviene in occasione del convegno annuale della sua Scuola, il settimo e l’unico tenuto in Italia, con una ormai celebre conferenza: La terza. Terza rispetto alle due precedenti che ho ricordato. Successivamente Lacan tornerà ancora a Roma ma non per parlare in pubblico.

A Milano viene invece più volte alla fine degli anni '60 e nei primi anni '70 perché a Milano si è costituito il gruppo di allievi più numeroso. Le conferenze pronunciate in tutte queste occasioni sono raccolte in un libricino ormai introvabile perché la casa editrice non esiste più, che fu pubblicato in edizione bilingue: Lacan in Italia, edizione La Salamandra. Il merito di quella pubblicazione è di Giacomo Contri, uno dei suoi primi allievi ad operare in Italia.

Nella nostra città, Milano, si era formato quindi il primo e più numeroso gruppo di allievi di Lacan.

Negli anni '70 la presenza ingombrante di Armando Verdiglione aveva complicato non poco la vita dei gruppi lacaniani di Milano e Roma, per fortuna totalmente sprovvisti delle stesse capacità imprenditoriali e soprattutto della spregiudicatezza dell’uomo.

Solo nei decenni successivi alla morte di Lacan il suo insegnamento, disincagliato dalle astrusità fuorvianti di Verdiglione che aveva presentato al pubblico italiano un Lacan distorto e irriconoscibile, fumoso e farsesco, riesce finalmente a penetrare nella nostra cultura. Ripercorrere la storia del lacanismo in Italia sarebbe utile e non privo d’interesse. Io vi ho accennato soltanto. La presenza di Lacan in Italia è ancora giovane e la ricchezza del suo insegnamento lo rende una vera miniera per gli analisti.

È una miniera, a quanto pare, anche per gli studiosi di altre discipline e non solo nelle Università delle grandi città. Ci sono ad esempio città relativamente piccole ma vivaci e colte, che cominciano ad occuparsene: il 3 novembre scorso Rocco Ronchi ed io siamo stati invitati dall’Università di Lecce ad una giornata di studio organizzata in occasione del trentennale della morte di Lacan. Ritengo che sia stata un’occasione importante perché è la prima volta che al sud, fatta eccezione per Napoli, un’istituzione universitaria ricorda in forma ufficiale Lacan, un autore che, come ha detto Ferruccio Capelli, è ormai un classico del pensiero del xx secolo.

La diffusione del pensiero di Lacan però, a differenza di quella dei “grandi” di altre discipline, non avviene – né potrebbe avvenire – solo per via universitaria. La psicanalisi si apprende a bottega, cioè in parallelo con la clinica, e solo la clinica può nutrire e sostenere un sapere che si colloca in un discorso che ha una logica molto particolare, il discorso che Lacan ha formalizzato e chiamato “discorso dell’analista”.

La psicanalisi procede a piccoli passi, sostenuta dalla pratica clinica degli analisti. La formazione di un analista richiede molto tempo e credo di non sbagliarmi se dico che soltanto adesso la seconda generazione di analisti lacaniani in Italia comincia a sua volta a formare la terza generazione. Sono passati circa quarant’anni da quando i primi allievi diretti di Lacan si sono impiantati in Italia, perciò… lascio a voi il calcolo del tempo minimo necessario a formare uno psicanalista.

La psicoanalisi può avere “successo”?

Lacan aveva una sua idea del “successo”: riteneva che non lo decretasse la folla, non gli interessava quanto grande fosse il numero di persone interessate ad ascoltarlo, né la diffusione mediatica che pure aveva utilizzato a suo modo – è famoso un libricino che si chiama Television, trascrizione di una sua conferenza televisiva – gli interessava il “risultato” – così dice in apertura del convegno di Roma del '74 – cioè la rielaborazione originale e personale che qualcuno potesse fare di quanto andava insegnando. Risultati laterali, marginali, ma solo in apparenza.

Come dice il testo di presentazione del nostro incontro, trent’anni sono pochi per fare bilanci dell’opera di un maestro della statura di Lacan e ancor più per fare delle sintesi. Per questo, visto il tempo a mia disposizione, voglio ricordare solo qualche aspetto che mi sembra fondamentale dell’insegnamento di Lacan.

 

 

Dato il luogo in cui ci troviamo, e ringrazio il direttore Ferruccio Capelli dello spazio che ha sempre voluto darci qui, voglio sottolineare un punto essenziale della dottrina di Lacan, vale a dire la dipendenza del soggetto dalla cultura di appartenenza, diciamo dall’Altro sociale.

L’inconscio è il discorso dell’Altro: è una delle sue definizioni più famose e fondanti.

Per Altro possiamo intendere il grande Altro materno, o i suoi sostituti, la prima figura che umanizza il bambino introducendolo alla parola e al linguaggio. Per Altro possiamo intendere anche il sociale in cui siamo immersi e che è veicolato dalla lingua. La madre peraltro è il portavoce privilegiato dell’Altro sociale. Tante sono le figure in cui l’Altro può incarnarsi e si collocano a livelli diversi, nei registri diversi che Lacan chiama: RSI, Reale, Simbolico e Immaginario.

Quando però diciamo l’inconscio è il discorso dell’Altro intendiamo innanzitutto riferirci alla dimensione di alienazione in cui siamo immersi fin dalla nostra comparsa al mondo.

Lacan usa una formula simile anche per il desiderio quando dice: il desiderio è il desiderio dell’Altro.

Insomma, la costituzione del soggetto è inscindibile da un processo di alienazione.

Ciao Io! Potremmo dire: ciao vecchio Io, vecchio Moi, non sei padrone in casa tua, molla le tue pretese di controllo, di autoconoscenza, di padronanza.

Io, je, dice Lacan, soggetto dell’inconscio, sono parlato dall’Altro, desidero il suo desiderio e desidero che lui mi desideri; di più: voglio essere la causa del suo desiderio.

Parlare e desiderare sono, in un certo senso, sinonimi.

Se parliamo desideriamo e se desideriamo siamo vivi.

Siamo vivi solo se desideriamo, cioè se la nostra libido, per dirla con Freud, non è ingorgata o deviata nevroticamente, oppure soffocata nell’apatia, nel “peccato morale” della depressione.

 

Allora l’alienazione di cui parla Lacan risulta essere paradossalmente la condizione umana per eccellenza, il nostro marchio distintivo. Riceviamo i tratti della nostra cultura di appartenenza veicolati da un Altro che amiamo. Le riceviamo come stimmate di cui dobbiamo rispondere e cui non possiamo sottrarci.

Abbiamo degli obblighi rispetto alla nostra civiltà, alla nostra lingua, alla nostra storia. Rispetto alla memoria. Sono le nostre radici.

Dobbiamo saperlo quando, ad esempio, parliamo di meticciato, una questione così moderna, attuale, urgente.

Il rispetto per le culture diverse che oggi si addensano nelle nostre città non è una questione umanitaria ma logica. Il grande Altro degli arabi non è il nostro così come non lo è quello cinese e così via.

Questo rende impossibile un vero meticciato, almeno fino a quando la permanenza in un territorio per più di una generazione non abbia ammorbidito le tracce della cultura originaria, abbia introdotto la seconda e la terza generazione di immigrati alla nostra stessa forma di alienazione.

In scala ridotta questo vale anche per la nostra migrazione interna. Credo che gli analisti che sono qui abbiano avuto esperienza di pazienti di seconda o terza generazione di migranti, figli o nipoti di italiani del Sud emigrati al Nord; e di quale conflitto si apra con il discorso dominante nella terra d’immigrazione, con il “discorso del padrone”.

Questo è un esempio dell’originalità con cui, grazie a Lacan, possiamo leggere la contemporaneità.

In Lacan dunque soggetto e sociale non solo sono sinergici ma si corrispondono. Il soggetto dell’inconscio è il soggetto del sociale, il nostro funzionamento è modellato dalla “civiltà” e dalla lingua e la lingua costituisce il tesoro dei significanti di una data cultura.

Questa corrispondenza non riguarda solo l’Occidente, anche se la psicanalisi è nata a Vienna ed è cresciuta a Parigi, ma la stessa corrispondenza tra inconscio e sociale si troverà nelle culture lontane dalla nostra, dove la psicanalisi comincia a penetrare: nei paesi orientali e africani ma anche lentamente in Giappone e Cina.

L’attenzione ai temi sociali era stata anche di Freud: ricordo solo per tutti Il disagio della civiltà dove Freud indica il malessere come un tratto ineliminabile ed esito dell’opera di civilizzazione. Lacan radicalizza e dice: l’inconscio è il politico, vive e si nutre della polis. Con un piccolo slittamento diciamo: l’inconscio è il sociale.

Lacan ci sbalza fuori dai nostri studi, ci impedisce il godimento del confessionale, l’affondo nell’intimità del transfert, ci obbliga a fabbricare dei punti di vista sulla nostra contemporaneità, a rispondere dei suoi cambiamenti, a far fronte ai nuovi sintomi, a mettere in conto l’usura del linguaggio, compreso quello psicanalitico, e potrei proseguire con l’elenco delle “scomodità” introdotte da Lacan per chi ha scelto di fare il suo stesso mestiere “impossibile”. Naturalmente ci sono anche molti vantaggi. Non ho il tempo di parlarne, ne ricordo uno solo che ha a che fare con la centralità che Lacan ha sempre dato alla nozione di desiderio, motore della cura e motore della vita. Aderirvi è la nostra etica il che equivale ad uno straordinario e incomparabile elisir di giovinezza.