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LACAN TRENT'ANNI - la clinica, la teoria, la cultura, il sociale

La relazione di Silvia Vegetti finzi

Grazie per questo invito che mi onora, grazie all'amica Fiumanò e all'amico Focchi che hanno organizzato questa serata. Cercherò di portare un contributo diverso dalla storia della psicanalisi lacaniana già ricostruita con tanta precisione da Marisa Fiumanò. Io vorrei collocare piuttosto Lacan partendo da un testo che è un saggio di Thomas Mann, nel quale si interroga sulla psicanalisi e dice una cosa molto interessante. La psicanalisi freudiana si colloca tra due epoche della storia della cultura: in parte nell'illuminismo e in parte nel romanticismo. Dell'illuminismo conserva la pretesa conoscitiva, la forza della ragione, la voglia di trovare altri orizzonti al sapere; del romanticismo invece l'oggetto che è oscuro, l'attrazione verso il sogno, verso le parti in ombra della cultura, quindi il mistero, la fantasia, i sentimenti, il desiderio, le emozioni, le passioni. Quello che Thomas Mann dice evidentemente è una semplificazione, ma ci serve per accennare ad una divaricazione nella storia della cultura psicanalitica. Da una parte, se volgiamo continuare su questa strada c'è, Melanie Klein dove prevale la componente romantica e dall'altra Anna Freud dove prevale la corrente illuministica. Nella prima Melanie Klein, la sovversione del soggetto, l'immaginario, il sogno, la pulsione di morte, l'innato e il primordiale. Nella seconda, l'Io libero dai conflitti, le motivazioni, l'adattamento e all'orizzonte la confluenza della psicanalisi nell'ambito di una psicologia generale, quindi in un dissolvimento della specificità psicanalitica. Sappiamo quanto Lacan abbia osteggiato, con quanta forza, con quanta passione, quest'ultima versione, cioè la psicologia dell'Io, la psicologia dello sviluppo, delle fasi e quanto si sia collocato piuttosto nell'ambito della genealogia kleiniana.

Se ho evocato questo duplice scenario è proprio per collocare Lacan. Da una parte, abbiamo detto, Lacan stesso si dichiara ispirato da Melanie Klein, dall'altra non esita a utilizzare tutti gli strumenti scientifici, anche gli strumenti della scienza forte della sua epoca cioè l'antropologia, la linguistica, l'etologia, la logica, la matematica fino alle ultime formulazioni della matematica e dell'algebra. Quindi si colloca tanto nel versante romantico quanto in quello illuministico, secondo me superandoli tutti e due, perché tenta una sintesi di entrambi, riformulando continuamente il soggetto e contemporaneamente i metodi che usa. Lacan mi sembra cogliere senza alcuna reticenza, ma consapevole dell'ossimoro che sta affrontando, la sfida che la psicanalisi propone, quella di conoscere l'inconscio. Evidentemente come si dice adesso “mission impossible”, perché se definiamo come inconscio qualcosa, non è possibile sottoporla a delle prassi conoscitive o perlomeno delle prassi conoscitive esaustive. Vale a dire, quello che Lacan dice è che la psicanalisi propone il compito di pensare l'impensabile, di logicizzare l'illogico, di dire l'indicibile. Premetto che si tratta per certi aspetti di un'impresa fallita. Nella misura in cui permane sia in Freud, ma più chiaramente in Lacan, un residuo irrecuperabile che si sottrae tanto al registro del simbolico quanto a quello dell'immaginario, cioè il reale. Vi è qualche cosa nella nostra esperienza che è irrecuperabile ai due registri conoscitivi che sono l'immaginario e il simbolico. Ma proprio per questo l'impresa lacaniana può dirsi perfettamente riuscita, in quanto è l'esempio di una scienza così matura che riesce ad accettare il limite, l'impossibilità, il non-oltre. Questo mi sembra il riconoscimento di un fallimento che è quanto mai ricco di possibilità e potenzialità; questo sarebbe tutto un discorso da fare.

Con quali strumenti si affronta la conoscenza dell'inconscio, si chiede con una radicalità particolare Lacan. Non certo utilizzando il cogito cartesiano così forte nella cultura della sua epoca volto ad affermare il soggetto razionale e cosciente sullo sfondo delle passioni irrazionali.

Piuttosto, propone Lacan, dislocandolo in quello che adesso chiameremo un “non luogo” L'inconscio è quando Lacan dice: “io sono là dove non penso”, evoco cioè un non-luogo”. Una utopia nel senso privativo del termine che costituisce tuttavia la stella polare della navigazione psicanalitica. Per Lacan la sovversione del soggetto non è, e non può essere, un'operazione parziale. Ho sentito tante volte dire da vari psicoterapeuti che l'inconscio viene evocato nella seduta psicanalitica e poi tutto torna come prima, tutto si ricompone secondo una qualità della vita più rassicurante di quello che comporterebbe la priorità dell'inconscio. Non è uno stratagemma terapeutico, non è una semplice dichiarazione d'intenti, non è un dispositivo retorico. Si tratta piuttosto, secondo Lacan, di una rivoluzione generale che non lascia nulla di intentato e nulla di concluso; sarà un compito interminabile. E qui ha ben compreso la lezione freudiana. Un compito interminabile che continua, che richiede, ed è già stato detto sia da Marisa Fiumanò sia da Marco Focchi, una continua ridefinizione dell'oggetto che è di per se evanescente, cioè l'inconscio per definizione non si lascia fissare, non è un'istantanea, non ammette di essere recuperato una volta per tutte. Riprendo alcuni termini di Marco Focchi che parla di riconversione, riformulazione, riproposizione. Se si pongono tutti questi agire di tipo ripetitivo è perché non è mai conclusa la possibilità, che pure ci si propone, di conoscere l'inconscio. L'oggetto e il metodo sono tra loro interagenti: l'inconscio si ridefinisce in base alla metodologie con le quali si affronta. Per cui l'inconscio viene diversamente riformulato a secondo che si inserisca in un quadro filosofico, storico, strutturale e all'interno dello strutturalismo nella linguistica, nell'antropologia, nella logica, nella matematica. Vi sono quindi, secondo me, molti Lacan, impossibile porli in ordine cronologico, io rifiuterei di riporre Lacan in un prima e un dopo, ma anche di fissare un quadro sistematico. Penso che su questo sono d'accordo con gli oratori precedenti.

Lacan è una mappa estremamente complessa in cui ciascuno non a caso, ma a ragione veduta con etica ed estetica, può seguire un proprio itinerario. Lacan lascia liberi di trovare nella selva delle sue proposizioni un proprio percorso.

Questo è un parere mio, di una studiosa senza alcuna appartenenza di scuola, per cui non penso e non pretendo che questa posizione di lettura così personale di Lacan sia condivisa da tutti. Intendere la ricerca di Lacan come una lettura aperta, che sfida l'impossibile, che non teme la complessità, come un magistero paradossale, per usare i termini dei Elisabeth Roudinesco, comporta una diversa valutazione dell'opera lacaniana rispetto ad accuse di contraddizione, di assurdità.

Sopratutto in Francia in questo momento Lacan è soggetto a molte accuse di frammentazione, di omissione, di incompletezza, che spesso gli vengono rivolte senza qualche ragione dai suoi detrattori. Effettivamente, come diceva giustamente Ferruccio Capelli, leggere Lacan è spesso sconcertante, nel senso che depista il lettore, vuole depistarlo proprio per porlo di fronte all'impossibilità di questo paradosso che si propone, cioè conoscere l'inconscio. Aspetti sconcertanti della sua ricerca acquistano senso e legittimazione che vengono commisurati all'enormità del compito che Lacan si è dato: forgiare strumenti specifici per raggiungere un obiettivo specifico. Se vogliamo parlare dell'inconscio dobbiamo trovare dei modi specifici per l'oggetto che ci siamo dati.

Lacan utilizza tutti i saperi a sua disposizione, cercando però di non comprimere mai l'inconscio nella griglia della razionalità, nel tempo, nella storia, nella intenzionalità della comunicazione. Il discorso psicanalitico è sempre un altro discorso rispetto a quelli correnti. Cerca piuttosto di raggiungere l'altrove con altri mezzi, lungo altri percorsi. Si propone come Freud di aggiungere alla mappa del mondo nuovi continenti, però è più preoccupato di Freud di non omologarli, di non omologare la conquista all'esistenza. Vuole conservarli eterogenei, non perimetrabili, non catturabili nelle maglie della cartografia ufficiale. Mentre Goethe nel Faust si propone il compito immane di ripercorrere all'indietro la storia dell'umanità, di raggiungere l'origine dei tempo, la scaturigine dei tempi per inaugurare la nuova narrazione storica con un'impresa altrettanto titanica, Lacan affronta l'inconscio cercando di raggiungerlo non solo con tutti gli strumenti a sua disposizione, ma come è stato detto forgiandone di nuovi più idonei all'oggetto.

Per quanto riguarda il personaggio Lacan sempre più criticato, stigmatizzato e condannato, man mano che emergono nuovi dati della sua pur sconcertante biografia, mi limito a dire che la sua vita è stata una discesa all'inferno. Non si affronta l'inconscio senza operare una discesa l'inferno e non si tocca il fuoco senza bruciarsi le dita. La vita di Lacan è come quella di Freud insuperabile, inseparabile dalla psicanalisi e dalla sua psicanalisi. Negli anni trenta Lacan si accosta ad Hegel come tutti gli intellettuali parigini dell'epoca tramite l'interpretazione hegeliana di Kojeve. Un'interpretazione che lo autorizza a porre l'io desidero al posto del cogito cartesiano, del “cogito ergo sum”. Io sono perché desiderio. Un desiderio che, radicato nell'inconscio, è già stato detto da Marco Focchi, si rivela espressione dell'onnipotenza, del rifiuto del limite, della coazione a ripetere che contraddistinguono quell'economia. Di qui una necessità di un'etica della psicanalisi che non si riduce al saggio omonimo, ma che accompagna tutta la ricerca lacaniana che ne costituisce l'etica, il fine e la traccia. Credo che nessuna ricerca o riflessione lacaniana sia esente da una preoccupazione etica. Una ricerca votata alla verità e la convinzione platonica che vero e bene, in altri termini conoscenza e cura, coincidano. La sua avventura intellettuale ancora aperta non tollera un unico percorso di lettura, una sistematizzazione conclusiva, una scolastica del suo insegnamento.

Come tutti i classici, lo diceva Ferruccio Capelli, Lacan si offre ad un'infinità di commenti ed il buon uso del suo lascito dipende più, a mio avviso, dal nostro impegno intellettuale che dall'adesione ad un sistema di dogmi.

D'altra parte lui stesso si è sempre rifiutato di predeterminare la sua discendenza. Basta citare l'affermazione “Ogni analista si autorizza da sè”. Il fatto che non ha voluto designare, come appare dagli ultimi studi sulla sua biografia, alcun erede. Tra le sue carte non c'è traccia degli scritti ricevuti, sempre con dedica, dai suoi numerosi allievi e seguaci. Li ha fatti sparire tutti.

Negli anni settanta Lacan si diffonde in Italia, è giusto ricordare, sopratutto attraverso gli scritti di Verdiglione e subito si impone come il progetto psicanalitico per eccellenza. Comporta un'eclisse di tutti gli altri discorsi sulla psicanalisi. Quelli per cui tutti, comprese le università della Cattolica e della Statale, si confrontano. Alla psicanalisi della risposta, come osserva Facchinelli, che è giusto qui ricordare per quanto ha dato alla psicanalisi e alla Casa della Cultura, si sostituisce in quegli anni la psicanalisi della domanda. In un clima di attesa messianica della verità si diffonde in ogni ambito del sapere la parola lacaniana.

Ricordo tra l'altro l'ambito della linguistica e gli studi ad esempio di Agosti, di Krumm, di Mario Spinella, la rivista del “Piccolo Hans” dei coniugi Finzi e tanti altri contributi che appunto ravvivano in un certo senso di nuovi apporti di pensiero e di metodo le scienze umane.

Ora molti considerano, come già accennava Marisa Fiumanò, superflua la dichiarazione di un'identità lacaniana. Esisterebbe una koinè freudiana che comprende molte dichiarazioni fra cui quella che si rifà a Lacan, ma non è il caso che i lacaniani si identifichino in particolare rispetto al campo freudiano.

In proposito io sono molto incerta. Spesso Lacan è più che un'interprete o un coautore di Freud, c'è un pensiero lacaniano che conserva comunque una sua specificità e come tale credo che vada preservato. Mi spiacerebbe inoltre che andasse perduto nell'omologazione quello che, per me, è il più grande merito dei lacaniani: l'impegno culturale, l'apertura ai problemi dell'epoca, che Marco Focchi chiamava apertura al sociale, la formazione continua, il dialogo e il confronto, purtroppo spesse volte interno. Permangono infatti steccati di scuola che non hanno ragione di esistere. Steccati culturali che, almeno in parte, questa commemorazione sembra rimuovere e superare. E questo è sempre il senso e il merito della Casa della Cultura.

Trascrizione di Paolo Scarano – Testo non rivisto dall'autore