Skip to Content

LACAN TRENT'ANNI - la clinica, la teoria, la cultura, il sociale

Il discorso dell'analista e le sue estensioni di Marcello Morale

Preparare l'intervento che mi proponevo di presentare questa sera è stata per me una nuova occasione di mettere alla prova l'esperienza di un oggetto che in psicoanalisi rimane sempre indicibile e irrappresentabile. Esso, sosteneva Lacan, si può solo circoscrivere “alla meglio” perché, in effetti, è di un operazione di costruzione attorno a un vuoto che si tratta.

Mi sono dunque trovato in difficoltà nel tentativo di trovare un modo di proporvi qualcosa della mia esperienza clinica, sentendo come qualunque cosa annotassi nei miei appunti fosse inadeguata a far avvertire ciò che avrei voluto condividere con voi.

Arrivato a ridosso di questa serata ero bloccato, con molti fogli d'appunti di fronte a me e la certezza dell'inadeguatezza di tutto ciò che ero riuscito, da una settimana a questa parte, a mettere insieme. Due “associazioni”, quando ormai avevo perso le speranze, mi sono venute in aiuto ieri a tarda sera. Si tratta di due frasi di Freud e di Lacan, tratte rispettivamente da Il problema dell'analisi condotta da non medici e dal Seminario XVIII, “Di un discorso che non sarebbe del sembiante”, due frasi che mi sono subito parse strettamente legate alla mia esperienza clinica e alle condizioni della mia formazione pratica.

Così scriveva Freud nel 1926, subito dopo aver messo l’accento sullo strumento di ricerca che la psicoanalisi rappresentava per lui:

 

L'uso terapeutico dell'analisi è soltanto una delle sue applicazioni, e l'avvenire dimostrerà forse che non è la più importante.”

 

Ecco ora cosa arriva a dire Lacan, quasi cinquant’anni dopo, nel contesto del suo stesso seminario:

 

L'originalità di questo insegnamento, e anche il motivo per cui vi ci pressate, è proprio il fatto che qualcuno, a partire dal discorso analitico, si metta rispetto a voi nella posizione dell'analizzante. […] Questo discorso dunque […] non è altro insomma che il prolungamento della posizione dell'analista in quanto viene definita per il fatto di mettere il peso del plusgodere in un certo posto. Tuttavia è la posizione che non potrei sostenere qui, proprio perché qui non sono nella posizione dell'analista. […] Vi ci trovereste piuttosto voi, nel vostro pressare, se non fosse che ve ne manca il sapere.”

 

Così distanti nel tempo, come nello stile, e probabilmente anche nelle intenzioni, queste precise prese di posizione rispetto alla psicoanalisi mi appaiono oggi condizioni essenziali della sua stessa esistenza.

Non è in uno studio privato o in un ambulatorio medico che io, come credo molti dei miei colleghi di questa generazione, ho incontrato la clinica. Non è tanto meno dalla posizione dell'analista che ho potuto tentare di introdurre, nei contesti in cui mi sono trovato ad operare, qualcosa del relativo discorso.

È piuttosto nelle comunità terapeutiche, nelle scuole, spesso anche nelle abitazioni private, che ho fatto il mio primo incontro con il disagio mentale grave e con la psicosi, nel campo dei così detti “interventi educativi specialistici”.

Si tratta di un incontro duro, completamente “immersivo”, in qualche modo paradossale e certo problematico, in quanto proprio chi ha meno esperienza si trova a sostenere, per molte ore al giorno, il peso e la responsabilità delle situazioni più gravi ed estreme.

La situazione più tipica è quella di un bambino – magari solo un po' troppo taciturno, inquieto, disattento o provocatorio – che con l’ingresso alle scuole medie “esplode”, con comportamenti gravemente aggressivi (a livello verbale e fisico), iperattività incontenibile, completa incapacità di condividere il lavoro in classe coi compagni, ecc.

È solo quando si è già dato fondo a tutte le risorse che il senso comune sembra in grado di mettere in campo, quando il sapere pedagogico, i buoni propositi di autorità e l'esperienza hanno fallito, che si arriva ad attivare “un intervento educativo”. Se dunque è da un certo smarrimento e da una lunga fila di fallimenti che prendono le mosse una buona parte dei progetti in cui si è chiamati a operare nel sociale, e se talvolta è un sapere in più che ci si aspetta dallo “specialista” (quando non si mira più esplicitamente a un semplice “contenimento”), il fatto imprevedibilmente vantaggioso è che questo sapere, l'operatore, come tutti gli altri, non ce l'ha, ma che può fare di questa mancanza, se lui stesso può sostenerla, un valore e un'occasione.

La mancanza, innanzi tutto di sapere, come lo smarrimento, l'angoscia, gli inciampi in cui l'analista può incorrere nella sua pratica hanno, insieme alla necessità di interrogarsi su di essi, un valore centrale in gran parte dell'insegnamento di Lacan, e la clinica contemporanea, a maggior ragione quella “non terapeutica” di cui facciamo esperienza nel sociale, mette tutti questi elementi da subito al centro, senza possibilità di evitarli. In quanto indicano il luogo di a, del plusgodere, essi sono tutto ciò di cui occorre servirsi per poter mettere in gioco quello che a partire dal Seminario XVII egli arriverà a definire, come già accennato, il “discorso dell'analista”.

Già ne La direzione della cura, a proposito della politica dell'analista, Lacan aveva indicato con forza che egli “farebbe meglio a trovare un punto di riferimento nella sua mancanza – ad – essere che nel suo essere”. Parte bene il giovane clinico, si può dire oggi, se da subito non può fare a meno di confrontarsi con questo: non sa cosa fare, vede che ogni pratica nota ha già fallito, subisce come gli altri (nel suo corpo e nella sua morale) l'aggressività con cui deve confrontarsi; per di più deve sopportare di non poter rispondere alle attese che talvolta possono essergli rivolte: “sei laureato in psicologia, forse avrai qualche tecnica per affrontare tutto questo”.

Proprio perché non ha la risposta a queste attese, tuttavia, se ha fatto lui stesso l'esperienza di essere ascoltato in quel modo particolare che la psicoanalisi ha scoperto e insegnato, egli può fare lo stesso per trarre dalle parole e dagli atti del soggetto brandelli di un sapere differente che gli venga in aiuto, che gli mostri una via d'azione rispettosa della persona che ha di fronte, nella sua particolarità irriducibile, e che dunque si possa rivelare, come spesso avviene, finalmente efficace.

Se la mancanza è così posta al centro e fatta circolare come occasione, nella forma di una questione da interrogare, è nel gruppo di lavoro stesso che per esempio si potrà individuare qualcosa della posizione dell'analista, mentre ciascun operatore (che sia insegnante, educatore, o altro) potrà mettersi in rapporto ad esso in una posizione di analizzante, purché emerga, per chi se ne lascia coinvolgere, un desiderio vivo di sapere relativo a quell'esperienza concreta e contingente.

È l'“educatore” che può trovare allora l'occasione di scoprirsi in primo luogo lui stesso educato: impara molto bene e dall'inizio, letteralmente sulla sua pelle, cosa potesse intendere Freud quando paragonava il lavoro dell'analista con quello del chimico che debba maneggiare degli esplosivi.

Lavorare nel sociale lo insegna con efficacia e rapidità: ed è per questo che, più di qualunque “sapere saputo”, può essere formativo per chi rischia, a causa del ruolo che gli è dato, di prendersi per “formatore”.