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LACAN TRENT'ANNI - la clinica, la teoria, la cultura, il sociale

Dover intendere, lasciare intendere di Paolo Scarano.

Questa sera vorrei parlare di una questione che suscita il mio interesse e penso sia stimolante portare su questo tavolo. Ho conosciuto i testi di Freud al liceo e, come tanti altri, ho iniziato a leggerlo durante l’adolescenza. Negli anni ho visto che tante persone, io compreso, sulla base delle loro verità, si sentivano in grado di possedere un sapere su questo autore che nella fascinazione della sua letteratura ha sempre scritto di clinica e tecnica psicanalitica.

Ritorno a Freud, diceva Lacan. Leggere i testi di Freud, per me è proprio questo: fare una riflessione sulla clinica psicanalitica.

Ma sono stati i testi di Lacan che hanno reso possibile il mio primo vero incontro con la psicanalisi, preceduto dalla mia analisi personale. Ero affascinato da come potessi diventare padrone di un “certo sapere”. Ma non è andata proprio così. I testi di Lacan, evidentemente diversi da quelli di Freud, hanno il sapore di una continua e incessante ricerca sulla tecnica psicanalitica, verso lo sviluppo di un discorso che non era quello a cui, fino ad allora, ero appartenuto.

Ogni volta che mi accosto ai Seminari e penso di aver trovato una citazione importante, un passaggio del testo che “spiega”, rimango sempre interdetto perché la frase successiva rimette in discussione la precedente, per poi di nuovo aprirsi a un altro intendimento. Lacan è stato sempre pronto a rovesciare questo “certo sapere” che mi auguravo di possedere, ad annodarlo in altri modi, a sovvertirlo per poi commentarlo. Inizialmente non capivo nulla, ma non era tutto oscuro ciò che leggevo perché, in questi primi anni di formazione, ho visto che qualcosa resta e ogni volta scopro qualcos’altro a cui prima non avevo fatto caso. E questo mi fa avanzare nelle questioni sulle quali lavoro. Non mi sembra ci sia un inizio e una fine nei seminari di Lacan, così come, analogamente, un’analisi non viene certo scandita da fattori cronologici. Sia nei testi di Lacan, sia nel testo del discorso di un paziente, ci sono passaggi che si sovrappongono, che insistono, che aprono alla lettura in maniere diverse; forse questa è una delle modalità per commentare il fatto che un significante rinvia sempre ad un altro significante.

Il lavoro che porto avanti durante gli incontri del “Lettorato”, un'attività del Laboratorio Freudiano Milano in cui si tratta di ripercorrere il seminario di Lacan, con attenzione al testo ma senza scadere in eccessi filologici o in carenze cliniche, vorrebbe recuperare ed evidenziare i nodi strutturali del suo discorso. L'intento è di lasciare aperte le strade degli interrogativi che Lacan pone, il dover fare i conti con delle mancanze, con l’incertezza, con quello che, in altre parole, renderebbe la sua lettura così difficile.

Il discorso che Lacan pronuncia non ha dunque pertinenza con un sapere costituito; il suo discorso produce un altro tipo di sapere che è quello analitico.

Ma tutto ciò come può essere insegnato? Cioè come si può insegnare la psicanalisi? Lacan, in un suo testo1, dice al riguardo che la sola cosa che può essere insegnata è il matema, una scrittura algebrica, che permetterebbe una trasmissione del sapere psicanalitico.

Allora il sapere psicanalitico non passa dall’insegnamento, ma dalla trasmissione. Trasmissione, secondo l’interessante etimo latino, significa “mandare al di là1”. In psicanalisi questo al di là penso sia il fautore di molte ricerche. Ricerche verso cosa?

Jean-Paul Hiltenbrand2, in uno dei suoi seminari milanesi, dice che la psicanalisi si trasmette e che è in questa trasmissione che abbiamo a che fare con la grande questione della psicanalisi, vale a dire l’inconscio. E se l’inconscio è strutturato come un linguaggio allora si tratta di ascoltare questo tipo di linguaggio che porta con se incertezze, mancanze e incompletezze. L’inconscio dimostra avere queste qualità e Freud, attraverso gli strumenti che ha indicato, ci dà la difficile possibilità di mettere tutto questo in pratica. Ed avere a che fare con tutto ciò per me è complicato tanto quanto lo sono, in questo senso, i testi di Lacan.

Non posso non pensare che forse è proprio per questo che il Seminario di Lacan permette di reperire sempre qualcosa di nuovo tra le sue righe, permette di metterci in posizione su un piano altro. Il discorso analitico ci “manda al di là” e i testi di Lacan possono essere una delle direzioni di questo “al di là”.

L’“andata a Lacan”, ai testi di Lacan, è indispensabile per cercare di supportare la trasmissione della psicanalisi, per non cadere nelle facili illusioni di un sapere che forse non può essere insegnato ma che può essere fuorviato, e che convinse Lacan ad optare per il “ritorno a Freud”.

Da quando Lacan terminò i suoi incontri pubblici a oggi, come si è sviluppato nella nostra cultura, nella nostra contemporaneità, questo discorso analitico?

Il nostro presente è costellato da poche parole e tanti disagi riassunti in etichette che dicono che ciò che hai equivale a ciò che sei. I nostri desideri sono dettati ad esempio dalla televisione o da internet, che ci dicono con certezza cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Sembrano veri e propri surrogati di referenze paterne. Ma questa referenza paterna che dovrebbe avere una funzione normativa definendo la legge del desiderio, non dà più dall’altro lato il senso della mancanza nell’Altro inteso in termini di castrazione, secondo una classica visione freudiana. Sintomatologie imperniate su godimenti facili e facilmente accessibili sono le questioni con cui abbiamo a che fare e forse anche per questo molte persone che vorrebbero interessarsi alla psicanalisi leggono su Lacan e non leggono Lacan. Le vie prescritte per il godimento non hanno nè accesso costituito, nè una direzione che indichi come poter far fronte a quel malessere nella civiltà che Freud così bene descrisse e in cui oggi siamo presi.

Il mio lavoro è solo all’inizio, ma la questione che mi interessa proporre e su cui far riflettere riguarda qual è il punto in cui siamo e in quale direzione possiamo andare, vista la contemporaneità nella quale siamo immersi, per portare avanti il discorso analitico. Dovremmo andare nella direzione del nostro desiderio e questo già sarebbe molto, immagino; ma, rispetto a un legame sociale sempre più povero, in questa modernità che gode del suo malessere, la questione resta aperta ed è a voi che la restituisco.

1Lacan, J. L'etourdit, trad. it. “Lo stordito”, in Scilicet 1/4, p. 349-392.

1Transmittere, transmissus, composto da trans, “al di là” e mittere, “mandare”.

2J.-P. Hiltenbrand è psichiatra e psicanalista, membro dell' A.L.I. Association Lacanienne Internationale e fondatore dell'A.L.I. - Rhone-Alpes