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Che cosa ci insegna la psicanalisi sull'autorità?

Testo di preparazione per il seminario di Christian Rey in occasione dell'Iniziazione alla clinica psicanalitica del 5 Maggio 2012

Nel 1942, Alexandre Kojève, nel prologo alla sua opera La nozione di autorità, osservava che questa questione dell’autorità non era stata fatta oggetto, fin lì, di studi. Oggi che (in Occidente) l’autorità è dichiarata morta, studi, convegni e libri si moltiplicano. E, in particolare, nel campo dell’infanzia e della famiglia (ma, attenzione: anche il “vivere insieme” in una società adulta dipende da questa questione dell’autorità).

Durante le nostre consultazioni la denuncia dei genitori è detta sotto questa forma stereotipata e collettiva: «Lui non sopporta il “no”». Il “lui” indica bambini sempre più piccoli. Il “no” (diciamo l’S1, il significante padrone) sembra sia diventato, in un modo generale, insopportabile da parte delle nuove generazioni nelle famiglie di oggi.

Perché?

Per chi, d’altronde, questo “no” è insopportabile?

E, al di là o al di qua del “no”, che cosa è diventato insopportabile?

Il bambino moderno, aggiungerei, è diventato decisamente insopportabile?

A questo proposito, non ci si può che interrogare sull’inflazione esagerata di quelle “diagnosi moderne” con le quali oggi si vuole agghindare i bambini: quale evoluzione sociale viene a trasformare il ragazzo distratto, instabile, disobbediente in uno che ha disturbi tiroidei?

Il controllo delle neuroscienze e dei laboratori farmaceutici sulla psichiatria non basta certo a spiegare il successo delle molte nominazioni le cui sigle (composte di lettere) si sono sostituite ai significanti della medicina pediatrica (il bambino nervoso…) o della psichiatria infantile classica. Tutto avviene come se queste “diagnosi” prendessero il posto di un “no” impossibile da dire e da sentire; come se l’autorità della scienza procedesse da nuovi significanti o risultasse dagli effetti dei suoi oggetti di manifattura? E, in ogni caso, a sostituzione dell’autorità del “no”.

A questa questione del “dire no” o di chi deve dire “no”, Charles Melman risponde così a Denise Vincent che lo intervista (come risulta dalla trascrizione presente sul sito freud-lacan.com datata 15/04/2008): «Sembra che lei creda che il ruolo dei genitori è di saper dire di no. Lei non ignora d’altronde che è il reale ad avere questo compito…» (senz’altro non è solo una risposta alla Rousseau). E Melman prosegue: «Se i genitori hanno un ruolo da giocare in questo affare è piuttosto quello di incoraggiare la loro prole a non lasciarsi intimidire o deprimere». Aggiunta e precisazione che, a mio parere, sono molto interessanti, in quanto dispiegano il significante “autorità” sviluppandone la polisemia: l’autorità per autorizzare per esempio; hanno grande interesse, in fondo, come indicazione a che noi abbandoniamo una posizione e una risposta educativa, che sono quelle imperiosamente richieste al medico da genitori in grande sgomento.

Preambolo e osservazioni ci conducono necessariamente ad aggiungere alla nostra domanda dell’inizio l’altra questione supplementare: che cosa si intende per autorità?

Un’osservazione di Winnicott in Processi di maturazione infantile ci aiuta a introdurre questo secondo problema. Winnicott si interroga sul suo modo di condurre le cure e sulla sua sorpresa nel sentir dire «di più» in seguito a un’interpretazione nel corso di una seduta. Quando arriva questa espressione «di più» a sostegno di un’interpretazione significa – dice Winnicott – che «divento didattico». Precisa anche che ciò sopraggiunge quando è «stanco». Allora, in relazione a questa osservazione di Winnicott, ne viene una domanda: chi fa autorità in un’interpretazione? Oppure, in che cosa l’interpretazione non sarebbe un insegnamento o un’ingiunzione educativa? O ancora, che cosa rende il «di più» non necessario? Lasciando a lato la questione del transfert, ci proponiamo di rispondere grazie al prezioso aiuto del “significante lacaniano”, ossia, il significante come ciò che rappresenta il soggetto per un altro significante.

Definizione che, a nostro avviso, può anche descrivere ciò che Freud chiamava “associazioni libere”, con ciò che queste vengono a dire della verità di un soggetto e con l’effetto d’autorità che, poi, è solo quello del significante (precisamente, ciò che si produce nel cuore del significante: un’altra lettura a seguito dell'intervento della lettera, con produzione, questa volta, di S1).

In conclusione: l’autorità per un bambino di oggi è semplicemente scomparsa? Se no, quel che ne rimane procede sempre dal significante (questa volta da S1 come agente)?

E se questo non è il caso: cos’altro?

Christian REY