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ETICA E DESIDERIO SONO SINONIMI

 

di Marisa Fiumanò

 

Relazione del Direttore del Laboratorio Freudiano Milano, Dott.ssa Marisa Fiumanò, tenuta al convegno organizzato dall'OPL "L'etica della formazione in psicoterapia" Milano 12 Aprile 2013

Voglio porre una questione preliminare: se la questione dell’etica in psicoterapia si ponga allo stesso modo che la questione dell’etica in psicoanalisi.

È stata una domanda molto viva, e bruciante, all’interno della comunità analitica, all’epoca in cui furono istituite le scuole di psicoterapia, più o meno vent’anni fa. Gli analisti, non solo gli analisti lacaniani ma anche i “freudiani” della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) si interrogavano sulla opportunità di un ingaggio della psicoanalisi in un insegnamento in scuole di specializzazione post-universitarie in grado di fornire diplomi e abilitare all’esercizio della professione.

Non conosco esattamente i termini con cui la questione si era posta all’interno della SPI, posso invece affermare che, all’interno dell’associazione di cui facevo parte, il problema era percepito come squisitamente etico. La trasmissione della psicoanalisi, nell’insegnamento di Lacan. è fondata sul desiderio dell’analista ed è organizzata da un discorso, il discorso dell’analista, che Lacan ha formalizzato, che ha una sua logica stringente e una causa che lo determina. Per noi lacaniani, all’epoca, la questione si poneva in questi termini: come si possono formare dei giovani clinici, delle persone che dirigono delle cure, attraverso un insegnamento che non si fonda sulla logica del discorso analitico ma che è organizzato dalla logica del discorso dell’università? Non si voleva, con questo tipo di riflessione, togliere valore al discorso universitario. Lo stesso Lacan, peraltro, sosteneva i suoi allievi che a qualunque titolo insegnassero psicanalisi all’università. Lacan non era affatto contrario alla penetrazione della psicanalisi all’università. Però, si diceva sempre nel dibattito di quegli anni, un conto è insegnare, un altro essere abilitati dallo Stato a rilasciare un diploma di psicoterapeuta. Che ne è, si chiedeva per esempio qualcuno, della extraterritorialità della psicoanalisi? Ecco, ho riferito uno dei modi in cui era formulato il dilemma all’interno dell’area psicoanalitica lacaniana.

Di fatto il problema non è stato risolto. E resta un’aporia. Di fatto le nostre scuole formano degli psicoterapeuti; alcuni dei nostri allievi continuano la propria formazione, e soprattutto la propria analisi anche dopo il conseguimento del diploma: sono entrati nella logica del discorso psicanalitico e sanno che la formazione di un analista richiede tempo e disponibilità. Un buon analista deve saper essere un eterno “analizzante”. È quello che sosteneva Lacan dicendo che lui stesso era un eterno analizzante.

Personalmente, una possibile risposta che ho trovato a questa aporia è la considerazione seguente: la posizione di analizzante, che è una posizione etica, e cercherò di spiegare perché, è la sola che uno psicoanalista possa tenere sia che la sua trasmissione si rivolga a degli aspiranti analisti che a degli allievi che concluderanno la loro formazione con la frequenza della scuola di psicoterapia. Chi insegna in una scuola di psicoterapia, o la dirige, testimonia di una posizione e si augura che il suo messaggio arrivi al maggior numero possibile di persone in formazione, che esso li tocchi e li interroghi. Questa premessa per dire che, se sono invitata a parlare di etica della psicoterapia, in quanto analista formata all’insegnamento di Lacan, non posso che parlare dell’etica della psicoanalisi. Aggiungo che questa “particolare” etica è la sola di cui mi considero competente e che la applico anche quando le cure sono delle psicoterapie e non delle vere e proprie analisi.

Suppongo che molti di voi sappiano che al tema dell’etica Lacan ha dato molto spazio, che ne ha fatto il suo argomento e la sua arma nel momento difficile e cruciale della sua separazione dall’Internazionale di psicoanalisi, maturata nel 1963. Una vera e propria scissione preparata dal famoso e potente (aggiungo: affascinante, suggestivo, avvincente, insomma ne consiglio la lettura vivamente) seminario VII, L’etica della psicoanalisi del 1959-’60.

Vengo adesso al mio titolo: Etica e desiderio sono sinonimi. È un titolo che può suonare ambizioso o difficile da intendere, e che va precisato. Forse sarebbe più corretto dire che etica e desiderio sono inseparabili dato che tutto l’impianto clinico e teorico di Lacan è fondato su un’etica del desiderio. Tanto inseparabili che i due termini potrebbero sovrapporsi. Un’etica del desiderio, infatti, consiste nel seguire il tracciato del desiderio stesso. Per usare un termine freudiano, che Lacan estrae da Freud, l’etica della psicoanalisi consiste nel seguire la Banhung, il tracciato del desiderio. Un’analisi non è che un discorso sul desiderio e tutto il suo sviluppo si annoda e si incardina su questo punto centrale. Il filo rosso dell’analisi è lì, tutto sta a rintracciarlo e seguirlo malgrado le deviazioni che chi ci parla può compiere rispetto all’asse, centrale e magari misconosciuto, del suo discorso.

Naturalmente essere in grado di seguire il filo rosso del desiderio degli analizzanti presuppone essere innanzitutto in ordine con il proprio.

“Essere in ordine col proprio desiderio” è una frase di Lacan, è il suo imperativo etico. Quando non siamo in ordine col nostro desiderio ci sentiamo in colpa, siamo angosciati, produciamo dei sintomi. Rinunciare a questa messa in ordine non è una scelta senza effetti. Chi rinuncia a volerne sapere di questo desiderio paga prezzi molto alti in termini di sofferenza psichica e, talvolta, anche fisica perché il corpo può ammalarsi e parlare attraverso i sintomi. Essere in ordine col proprio desiderio non è un comandamento morale, un ordine del superio, è un’esigenza che viene dall’inconscio. Tutti i conflitti, i sintomi, l’angoscia, l’ansia, le inibizioni hanno la loro origine qui. Essere in ordine col proprio desiderio significa venire a patti con la verità dell’inconscio, riconoscerla, e trarne le dovute conseguenze.

Dobbiamo ora precisare: che cosa, con Lacan, intendiamo per etica? E che cosa intendiamo per desiderio? Diciamo innanzitutto che l’etica di cui parliamo non è la morale, ma non è neanche il costume, l’abitudine, l’adesione a una norma. L’etica di cui parla Lacan, e cui ha dedicato il seminario che, come lui sostiene, è il solo che avrebbe voluto pubblicare, corrisponde alla logica con cui si è costruito il discorso di ciascuno. Intendo il discorso dell’inconscio, che non parla a caso, che segue il filo di una logica stringente.

Ogni discorso segue una sua logica e questa logica si costruisce attraverso una sequenza di significanti.

Ogni discorso si costruisce attraverso una sequenza di significanti articolati secondo una logica specifica, specifica di quel tale discorso.

Lacan ha scritto quattro sequenze fondamentali, quattro sequenze logiche che sono sequenze di discorso. Una di esse si chiama: “discorso dell’analista”. Nella logica del discorso dello psicoanalista il significante guida, il posto che Lacan chiama “dell’agente”, è occupato da a. Lui lo chiama: “l’oggetto causa del desiderio”. È l’oggetto a che infonde il movimento, che comanda gli altri (tre) elementi: $ (S barrato), S1, S2 e la rotazione dei loro posti. Lacan scrive anche altri tre discorsi che ha chiamato: “dell’università”, “dell’isterica”, “del maître” tutti con gli stessi quattro elementi ma collocati, in ciascun discorso, in posizioni diverse.

Non me ne occupo qui; ho citato i famosi “quattro discorsi” solo per sottolineare che la scelta etica è la scelta di una logica, di una logica di discorso. Se sono psicanalista sono tenuto alla logica, e all’etica del discorso dell’analista e la mia direzione della cura consiste nel guidare i miei pazienti a riconoscere la traiettoria che segue il loro discorso, la sua logica, la sua etica, il desiderio che la anima.

Dunque l’etica di cui parla Lacan non è la morale. E Lacan lo dimostra, lo motiva nel seminario VII attraverso un lungo excursus filosofico che prende le mosse dall’Etica a Nicomaco di Aristotele, passa dalla Critica della ragion pratica di Kant per approdare infine a Freud e al suo Disagio nella civiltà.

Con Lacan, sulla questione della morale si produce un salto: dalla riflessione filosofica tradizionale a Freud. Il Bene di Lacan non è il Bene di Kant, non è il Bene oggetto della morale universale, quello che libera dalla colpa o che protegge dalla colpa. Il Bene nell’etica di Lacan ha a che fare con il desiderio e con ciò che lo causa e che lui chiama oggetto a.

L’etica della psicoanalisi, o la sua logica, prende avvio dalla funzione di a.

L’etica di Lacan è un’etica che viene dalla clinica, che è imposta dalla clinica, dalla verità rivelata della clinica.

L’insegnamento di Lacan è ricco di aforismi, soprattutto quando si tratta di definire nozioni difficili oppure di ridefinirle, di scavare una nuova significazione in termini consumati che non parlano più. Lacan ama gli aforismi, ha delle grandi capacità creative anche in questo campo. Oggi, forse, lo definiremmo il campo della “comunicazione”. Così, nel caso del desiderio, nozione difficile malgrado si tratti di un termine di uso tanto comune, inventa questa definizione centrale: “Il desiderio è il desiderio dell’Altro”. È una frase che troviamo molto presto nei suoi seminari e che Lacan manterrà sempre.

Troviamo la nozione di desiderio fin dal suo primo seminario: Gli scritti tecnici di Freud. 1953-1954 (Einaudi, Torino 1978). Qui Lacan parla del desiderio in quanto desiderio alienato, della dimensione immaginaria del desiderio. Ci dice che all’origine, prima del linguaggio – ma si tratta di un’origine logica e non cronologica, che noi non possiamo che dedurre – il desiderio esiste solo sul piano della relazione speculare, proiettato sull’altro. Nello stadio in cui si trova, uno stadio confuso, il bambino che piange (perché ha fame, sete, sonno, male ecc.) impara a riconoscere le sensazioni che gli provengono dal corpo attraverso l’altro. Il grande Altro materno che nomina per lui ciò che prova («hai fame?», «hai sete?» ecc.) e poi attraverso il suo simile, il fratello o compagno di giochi.

Prima di approdare alla parola, alla simbolizzazione, «il desiderio esiste sul solo piano della relazione immaginaria dello stadio speculare, alienato nell’altro» (Ivi, p. 212).

In questo stadio la tensione provocata dal desiderio ha sbocco solo nella distruzione dell’altro. Si tratta di una relazione immaginaria, strutturata in maniera paranoica, in cui la dialettica io-tu tende alla sopraffazione del simile, alla sua eliminazione. Il bisogno del bambino, alienato perché riconosciuto solo attraverso l’altro, dunque perennemente a rischio di non essere soddisfatto, diventa subito desiderio.

Qui Lacan dice: è la mancanza che struttura il desiderio. Una mancanza che il piccolo d’uomo sperimenta, anche se non gli manca niente; anche se la madre lo attacca al seno ogni volta che piange, ad esempio, anche se è sempre sazio: il bambino sazio di latte non è sazio di seno, del dono del seno, vale a dire del significante del desiderio della madre.

Mi è capitato di osservare in treno un bambino di sei mesi attaccato al seno di una madre attenta e amorosa. Che si era distratta, allattandolo, e approfittava del tempo della poppata per leggere qualcosa al di là del corpo del bambino. Lui, con un ditino della mano libera, non faceva che toccarle insistentemente il décolleté, la gola; la guardava intensamente e intenzionalmente per attitare la sua attenzione. Allora ho detto alla madre: «È formidabile il suo bambino. Ha solo sei mesi ma le sta dicendo che non gli basta succhiare ma che vuole uno scambio con lei». È rimasta sorpresa ma, poiché era una madre “sufficientemente buona”, ha capito e ha cominciato a vezzeggiare il suo bambino parlandogli. E il bambino “beveva” le sue parole.

L’oggetto del desiderio del bambino è il seno nella misura in cui l’Altro, questo grande Altro primitivo che è la madre, può darglielo o rifiutarglielo. Anche un seno dato svogliatamente e in silenzio può essere percepito come un rifiuto. Un nutrimento senza parole può condurre alla morte esattamente come l’assenza di nutrimento.

Può essere un piccolo rivale, il fratello, a possedere ciò di cui il bambino si sente spossessato. Cito:

«ogni volta che ci avviciniamo a questa alienazione primordiale, si genera l’aggressività più radicale, il desiderio della scomparsa dell’altro in quanto supporto del desiderio del soggetto» (Ivi, p. 212). Lacan ricorre ad un passo di sant’Agostino per dimostrarlo: è un passo delle Confessioni in cui sant’Agostino descrive la gelosia struggente che il bambino piccolo prova per il suo più piccolo fratello di latte che succhia il seno della madre, oggetto del desiderio che per lui è essenziale. È un esempio caro a Lacan che riprende in vari modi in fasi successive del suo insegnamento.

Anche il mito biblico racconta che all’origine dell’umanità c’era la tensione mortifera tra Caino e Abele, e che Abele viene ucciso perché è il prediletto da Dio. Questo spiega molto bene il senso della formula: “Il desiderio è il desiderio dell’Altro”. Caino non sopporta la predilezione di Dio, vale a dire il suo desiderio, per Abele.

È la dimensione immaginaria del desiderio, mortifera e aggressiva, ma che ci agisce, che spesso prende il sopravvento. È quella che produce le guerre, le sevizie inflitte al prossimo, tutte le atrocità che la storia documenta. Il desiderio paranoico e distruttivo regola anche le piccole inumanità quotidiane, l’aggressività verso l’altro, estraneo e perciò nemico. La vita nelle nostre metropoli, fondata sulla difesa dall’altro, ne è la testimonianza più evidente.

La forma primitiva del desiderio umano si costituisce in questa tensione fratricida per l’oggetto. Spesso questo livello non viene mai superato. L’opera di civilizzazione, cioè di umanizzazione, stenta a prodursi.

Per fortuna non è detto che il desiderio debba restare sul piano di questa contesa immaginaria e mortifera, di questo conflitto insanabile. Non è questo il desiderio con cui dobbiamo familiarizzare. Non è questo il cammino indicato da Lacan. Lacan insiste sulla necessità della mediazione simbolica, ad esempio sulla importanza della tessitura del legame sociale attraverso il lavoro comune fra analisti. È necessario, certo, che la struttura paranoica originaria del soggetto venga riconosciuta ma che quello stadio, tutto sommato primitivo, possa essere superato, o meglio “agganciato” al simbolico.

L’alienazione costitutiva del desiderio recitata dalla formula “Il desiderio è il desiderio dell’Altro” non conduce necessariamente al fratricidio e all’annientamento ma al riconoscimento del proprio oggetto a, alla causa del proprio, irriducibile, singolarissimo desiderio.

Da qui deriva un’ipotesi di lavoro cui la psicoanalisi può e deve lavorare nella direzione della realizzazione di una fraternità discreta, non troppo alienata, non del tutto aggressiva.

Non so più dove Lacan parli di “fraternità discreta” ma è una formula che ho molto amato. “Discreta”: vale a dire rispettosa dell’alterità e della singolarità del mio simile, della particolarità irriducibile che rappresenta. “Fraternità”: perché siamo accomunati dall’essere “esseri di linguaggio”, “parlesseri”. Neologismi come questo sono un altro punto forte di Lacan: “parlesseri” e perciò assoggettati alle leggi del linguaggio.

La mediazione possibile è perciò quella, simbolica, che passa attraverso la parola: il desiderio può essere riconosciuto perché è parlato, perché la mia parola è indirizzata a qualcuno che sa accoglierla. Se amo qualcuno, ad esempio, mi aspetto che lui – o lei – mi intenda. Lo stesso avviene in quella particolare forma d’amore che è il transfert.

Quando indirizzo la mia parola a un analista non posso che parlargli, in qualche forma, del mio desiderio. Si tratta di un desiderio inconscio, di un desiderio misconosciuto da cui forse mi difendo, che rimuovo, ma che può essere riconosciuto nel transfert.

 

Vorrei ora cercare di definire l’accezione che do al termine desiderio. Lacan prende in prestito il termine da Hegel, che parla di Begierde, di desiderio come essenza dell’uomo. Lacan sottoscrive la definizione hegeliana. Il desiderio è l’essenza dell’uomo e perciò è il perno intorno cui gira la cura.

Qualche tempo fa a Grenoble assistevo a una sessione del seminario di Jean-Paul Hiltenbrand che, in tempi in cui siamo tutti sollecitati a “essere fedeli” a un marchio, un negozio, un partito ecc. aveva esordito, riferendo uno scambio di battute con un suo analizzante, dicendo: «Io fidelizzo i miei pazienti al loro desiderio» e aveva aggiunto che questa è la finalità della cura. Possiamo anche dire: la sua etica.

Dunque il desiderio non è desiderio di non importa cosa ma desiderio in quanto desiderio inconscio e che, per questo, definiamo desiderio dell’Altro, dell’Altro inconscio. Desiderio che non è il Wunsch di Freud, che va inteso piuttosto come augurio, come augurarsi che qualcosa di piacevole avvenga. Wunsch in tedesco significa il desiderio di un oggetto. Lacan parla invece di Begierde, che è piuttosto un desiderio bruciante, incandescente, che può avere come oggetto qualcosa che non si sa, non si sa neanche se sia positivo o negativo.

Il desiderio non obbedisce al principio di piacere. Il Freud della seconda topica ha parlato di “al di là del principio di piacere” come di un regolatore dell’economia psichica che non tiene conto del principio di piacere. Una scoperta enorme che ha cambiato la sua clinica, la conduzione delle cure.

Non è detto che il termine di desiderio possa avere una definizione precisa, è una nozione più che un concetto, anche se alle due nozioni di “etica” e di “desiderio” Lacan ha dedicato due seminari: il primo, l’abbiamo ricordato, è L’etica della psicoanalisi (1959-’60); il secondo, di un anno precedente, è Le désir et son interprétation (1958-’59). Il secondo è ancora inedito ma conosciutissimo nell’ambiente lacaniano per le sue numerose trascrizioni, prima fra tutte quella dell’ALI (Association Lacanienne Internationale).

Infine, e mi avvio a concludere: il termine di desiderio non può avere una definizione precisa ma c’è una frase, famosa, che potrebbe essere adottata per indicarne il movimento. La frase famosa è una frase di Freud: «Wo Es war soll Ich werden» (Introduzione alla psicoanalisi. Nuova serie di lezioni [1932], Lez. 31). Lacan la riprende e la traduce a suo modo: dove era Es devo avvenire io (je) (cfr. Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti, II, Einaudi, Torino 2002, pp. 803-804).

Non è la traduzione consueta. Che cosa significa la traduzione di Lacan? Significa che una cura punta a una decostruzione dell’io; idealmente compie un cammino inverso rispetto a quello che porta alla padronanza dell’io. Io, je, traduce Lacan, “devo avvenire nel luogo dell’inconscio”. Solo così possiamo incontrare ciò che ci anima, che ci dà vita.

Questo è il tracciato e l’avventura di un’analisi. Questa è la sua etica. Anche quando le nostre cure sono delle psicoterapie. L’obiettivo resta lo stesso. Forse, se si tratta di psicoterapie, adottiamo una prudenza maggiore. I nostri allievi, i nostri analizzanti non hanno tutti lo stesso grado di sensibilità nei confronti di ciò che li anima. E questa sensibilità non va, inutilmente, forzata. Tutte le occasioni vanno però colte e, se possibile, utilizzate, per indicare la traiettoria del desiderio.

Spero che ora sia chiaro quello che annunciava il mio titolo, che etica e desiderio sono sinonimi.