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TUTTE HANNO LA PANCIA TRANNE ME

di Marisa Fiumanò

In Italia il discorso della psicoanalisi non ha fatto breccia nel campo medico e poco anche in quello psichiatrico*. Questo rende difficile il lavoro di collaborazione con i medici che, con qualche eccezione, appaiono restii ad accettare che la soggettività sia implicata nel sintomo e nella malattia. Nell’ambito della procreazione assistita però, in cui la nozione di malattia è di dubbia applicazione anche per gli organicisti più convinti, questa posizione é meno sostenibile.
L’infertilità, più che come una malattia, può presentarsi come un’inibizione o come un sintomo, ma spesso senza cause accertate, ed è perciò che in molti centri per la cura della sterilità è ormai prevista una consulenza psicologica d’ufficio. Si presume che la presenza dello psicologo contribuisca ad aumentare le probabilità di successo dell’atto medico. Questo talvolta accade e possiamo ragionevolmente ritenere che sia dovuto ad effetti di transfert , al fatto cioè che una parola possa essere indirizzata ed ascoltata. Questo genere di supporto, però, é omogeneo all’intervento tecnico-medico e quindi non guida al di là della formulazione della domanda iniziale, cioè la volontà di avere il bambino.

Siamo quindi di fronte al paradosso che, anche grazie a questo tipo di presenza psicologica che si fa ancella della medicina, il campo della sessualità, della procreazione e della filiazione diventa sempre più di pertinenza tecno-medica, e non solo nei casi di effettiva difficoltà a procreare. Può capitare ad esempio – e non è una rarità- che il medico venga consultato quando si “decide” di avere un figlio solo per essere guidati sul come comportarsi nell’intimità.
Avere un bambino è nella linea della riuscita e della performance oggi socialmente richieste alle donne, cioè nell’ordine di un avere fallico, di un bene. Lo statuto del desiderio di bambino ne risulta deformato: non più desiderio di un oggetto che prende il posto di un altro oggetto perduto, secondo una linea di sostituzione metonimica, ma volontà di avere ciò che è socialmente desiderabile come bene. E siccome in Italia la psicanalisi è rubricata come un sottoinsieme della psicologia e quest’ultima, a sua volta, è perfettamente complice della logica del discorso tecno-scientifico, si può consultare un analista senza pensare affatto di sospendere un iter di PMA. Questo pone il problema di come accogliere delle domande a tal punto prese nell’ideologia del nostro tempo ma che, e deve esserci per questo una ragione, sono comunque rivolte ad un analista.
Sono infatti domande che tradiscono un desiderio sofferente e un soggetto a disagio nella logica del discorso tecno-medico ma questo non impedisce che la fiducia nella sua efficacia persista anche quando i fatti la smentiscono, ad esempio quando ripetuti cicli di inseminazione falliscono.
Soffocate dalla logica scientifica o scientista (secondo la definizione di Lebrun)1 dominante, sono però domande che non hanno del tutto rinunciato a formularsi.
Non è il solo campo in cui abbiamo a che fare con domande prese nel discorso comune2; però mi sembra che la clinica dell’infertilità abbia una specificità, quella di ruotare non solo intorno all’oggetto ( il bambino che si vuole) ma anche intorno all’ossessione di cui si è vittima; intendo dire che mette in causa anche l’insopportabilità di uno stato passionale.
È davvero di desiderio di bambino che si tratta in questi casi?
Questo ci riporta alla distinzione di cui tanto si è parlato nelle recenti giornate di Milano3 tra passione e desiderio. E ricordo, anche per quelli che non c’erano, che Melman aveva proposto le “rien” come oggetto della passione e aveva sottolineato che il legame esclusivo della passione col suo oggetto ha a che fare con la morte.
Ora io non so se si possa trasferire questa definizione di Melman che riguarda il campo del desiderio sessuale, al campo degli stati passionali legati al desiderio della maternità “ a tutti i costi” come la chiamano le giornaliste quando affrontano il problema, tutti sanno però quanto possa essere devastante per il corpo di una donna essere sottoposto a numerosi cicli di inseminazione.
“ A tutti i costi” vuol dire voler andare fino in fondo anche se questo “fondo” sembra non avere fine perché la tecno-medicina ha sempre ancora una nuova risorsa da tirare fuori dal cappello.

Il desiderio di bambino ha uno statuto particolare per le donne.
E certamente parte del desiderio di una donna ma nei casi di infertilità questa parte viene presa per il tutto e il desiderio di una donna vi si riduce, si riduce ad uno stato che definirei passionale.
Quando si tratta di passione,potremmo dire, non si è nel registro del desiderio ma in quello della domanda.
Il registro della domanda è particolarmente familiare alle donne, la sua persistenza ha radici nella specificità dell’edipo femminile o per meglio dire nel processo di sessuazione che si è convenuto chiamare edipo.
L’infertilità può attualizzare il dramma edipico, il sentimento di esclusione che ne deriva e la radicalità del pathos connesso a questa esclusione. E siamo fin qui nel campo del fallico. Ci sono però dei casi in cui, in quest’attesa di bambino, viene investito anche un altro campo, quello del godimento . Allora sembra che sia l’irrinunciabilità a questo godimento a determinare lo stato passionale; da qui la difficoltà di analizzarlo.
Come se, più che il bambino, fosse la gravidanza ad essere investita come uno stato di pienezza estatico che si produce attraverso il corpo gravido.
Ecco un enunciato in cui mi sembra leggibile sia la domanda dell’oggetto fallico che l’aspirazione ad un godimento riservato alle donne.
“Tutte hanno la pancia… tranne me” si lamenta una giovane signora che viene a parlarmi della sua ossessione e dei tentativi falliti di ricorso alle tecniche procreative. Lei, che ha sempre ottenuto quello che voleva, studi, carriera, marito, per la prima volta non ci riesce. E poiché l’ostacolo non viene dall’esterno, né dal corpo che è sano, è costretta a supporre un ostacolo psichico.
Si delinea così una divisione tra la credenza nei poteri della tecnomedicina e la supposizione di un altro sapere in cui si troverebbe ciò che fa ostacolo a quanto vuole ottenere.
Supposizione di un sapere nell’Altro, sapere inconscio, e credenza nella scienza sono due posizioni distinte che entrano in conflitto nel caso di PMA.
Se la supposizione di un sapere inconscio prevale sulla credenza scientifica una consultazione può trasformarsi in una domanda d’analisi, ma riuscire a formulare questa domanda è più difficile di quanto non avvenga in altri casi in cui pure uno psicanalista conduce la cura senza necessariamente escludere il ricorso alle cure mediche (penso ad esempio al caso delle anoressie/bulimie o alle malattie psicosomatiche gravi ecc.).
L’ostacolo maggiore alla formulazione di una domanda è costituito dalla promessa della tecnomedicina di fornire l’ oggetto domandato, un oggetto nel reale, il bambino. Lo statuto reale dell’oggetto rinforza la credenza nell’onnipotenza scientifica e al tempo stesso fissa la domanda su quell’oggetto. La fissa nel senso che non consente, o rende difficili, le sostituzioni metonimiche. Credo che non sia inessenziale che si tratti di una domanda formulata all’interno di una credenza.
La credenza è dell’ordine della religione ed era la religione, prima della scienza, a compiere i miracoli. I miracoli sono la forza della religione, sono cioè ciò che interviene nel reale e lo modifica. Il miracolo agisce sull’impossibile e il reale è dell’ordine dell’impossibile.
L’espressione “ miracolo della nascita” fa parte della nostra lingua e si riferisce al vuoto di senso che fa enigma nel fatto che un essere nasca da un altro essere. Fecondità e infecondità partecipano di quest’enigma che la scienza, o meglio la tecno-scienza, tendono ad eliminare o a ridurre quanto più riescono.
Un analista, al contrario, non promette il bambino a una donna che si lamenta dell’infertilità perché la sua funzione non è quella di alimentare la credenza, fosse anche quella nei poteri della psicanalisi, né di agire per suggestione, né, tanto meno, di fornire un oggetto. Può però restituire un sapere. Perché la sua azione sia analiticamente efficace c’è bisogno di una supposizione di questo sapere. E’ necessario che il soggetto che domanda supponga l’esistenza di un altro sapere.
Credenza e supposizione di un altro sapere, o di un sapere nell’Altro, sono posizioni ben distinte.

In questo senso una donna nel guado della PMA che si rivolge ad un analista può essere divisa tra la credenza nell’onnipotenza scientifica e la supposizione di un inconscio. Si tratta di sostenere allora la formulazione di una domanda – e questo può richiedere molto tempo -che proceda dalla credenza alla supposizione di un sapere4
La psicoanalisi non può che condividere con la tecno-medicina il campo colonizzato della sessualità e della procreazione. Oggi non possiamo escludere che in un soggetto ( e forse in tutti noi) la supposizione di un altro sapere conviva con la credenza nella scienza perché siamo tutti immersi in un discorso scientista.
Ho voluto, con questa digressione rispetto all’enunciato della mia paziente, sottolineare la difficoltà di guidare all’articolazione di una domanda così a rischio di essere catturata in un unico registro reale.
Lo riprendo adesso, questo “Tutte hanno la pancia tranne me” per proporre ancora un’osservazione. Non si tratta evidentemente solo di bambino, quanto di quello “stato”, a cui accennavo prima, che mi sembra alluda ad un’esperienza di godimento a cui avrebbero accesso le donne. “Tutte” le donne, dice la mia paziente, perché per lei La donna esiste e gode ed è la partecipazione al godimento delle madri, quella testimoniata dalla “pancia”, che permette di entrare a far parte di questo “Tutte”. Da quest’enunciato, nel caso a cui accennavo, se ne sono biforcati altri due:
“ Anch’io voglio avere la pancia” e “Perché le altre ce la hanno e io no?’”
“Perché le altre si e io no” mette in gioco il fantasma dell’Altra donna e con esso le domande che ruotano sulla femminilità, ma soprattutto su ciò che specificherebbe il godimento di una donna, quell’”avere la pancia” a cui si collega tanta mistica della maternità. Anche se si enuncia in termini di “avere” rinvia, oltre che ad una domanda fallica, ad uno stato, all’”essere” incinta.
Da quello che ho potuto constatare nella mia esperienza l’accanimento della domanda, nei casi di infertilità, può essere riferita sia all’avere che all’essere ( ci sono donne che vorrebbero solo “restare” incinte) e naturalmente a entrambi, ma quando è sbilanciata dal lato del godimento, quando è soprattutto domanda di accesso ad un godimento supposto riservato alle donne, risulta meno trattabile analiticamente.
Nei casi più favorevoli, invece, il rapporto con l’oggetto che il bambino rappresenta passerà dell’ordine dell’avere, della domanda di avere, all’ordine del desiderare. In questo caso, ed è già un primo confortante risultato del processo della cura, la compulsività della domanda può cominciare ad allentarsi e solo allora il desiderio di bambino potrà prendere forma nella sua specificità e complessità.

* Intervento al Congresso di Padova della Fondation Européenne pour la psychanalyse del 29 e 30 ottobre 2005 su “La psychanayse et la science”


1 J.P. Lebrun Un monde sans limite. Essai pour une clinique psychanalytique du social, Erès, 1997
2 Hiltenbrand propone di assimilare il discorso della tecno-scienza , ormai dominante, al discorso del capitalista, il quinto dei discorsi formalizzati da Lacan
3 “Desiderio di uomo, desiderio di donna, che dirne?” 17 e 18 settembre 2005 promosse dall’Association Lacanienne Internationale con l’Associazione lacaniana a Milano, l’Ecole Rhone-Alpes d’Etudes Freudiennes et Lacaniennes e il Laboratorio freudiano sede di Milano in collaborazione con il Centre culturel français de Milan
4 Vedi a questo proposito – differenza fra la credenza scientifica e la “supposizione” di un sapere nella ricerca psicanalitica – l’articolo di Jean-Louis Chassaing Science et croyance: Giordano Bruno in «Le discours psychanalytique» (De la croyance), n°24, octobre 2000, pp. 145 e ss.