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IL MOTTO DI SPIRITO NELLA LETTURA DI LACAN

introduzione al Seminario V "Le formazioni dell’inconscio"

di Marisa Fiumanò

Abbiamo scelto come argomento il motto di spirito seguendo la lettura che Lacan fa di Freud, perché Lacan è un lettore molto attento di Freud. Nel suo seminario sulle formazioni dell’inconscio Lacan comincia appunto dal testo di Freud che si chiama Il motto di spirito e le sue relazioni con l’inconscio.

È un testo che Freud ha scritto nel 1905; cinque anni prima aveva scritto Frammenti di un’analisi di isteria, noto come il “caso di Dora”. Freud aveva grande considerazione dello scritto su Dora, mentre considerava questo saggio, Il motto di spirito e le sue relazioni con l’inconscio, insieme al testo Psicopatologia della vita quotidiana, come lavori non molto interessanti. Scritti, lui dice, in uno stato d’animo torpido; erano anni difficili per Freud: la sua analisi con Fliess, assunto come suo corrispondente – come controprova dell’autoanalisi che stava conducendo – mostrava segni di difficoltà. Ogni volta che scopriva qualcosa della sua analisi scriveva a Fliess, e questo gli serviva in qualche modo da luogo, da deposito di quello che andava trovando lui stesso su di sé. Quindi Fliess aveva per lui questa funzione di rimando di ciò che cercava e trovava su di sé. Ma proprio in quegli anni il rapporto con Fliess si stava deteriorando, e questo naturalmente non avveniva senza dolore per lui. Inoltre l’analisi di Dora si era interrotta: Dora se n’era andata prima che Freud considerasse chiuso il caso. Anche questo era stato motivo di grosso ripensamento; si trattava di capire che cosa non fosse stato compreso nell’analisi di Dora. E su questo qualcosa che non era stato compreso Freud ha finito per interrogarsi per tutto il resto della sua vita, affinando sempre di più quella che era la sua teoria della sessualità femminile, proprio a partire dal caso di Dora. Questo per dire che quelli erano per Freud anni difficili, complessi, tormentati. Scrive questa magnifica opera che è Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Psicopatologia della vita quotidiana e i Tre saggi sulla teoria sessuale nell’arco di tempo che va dal 1901 al 1905 considerando questi testi non di grande interesse. Noi invece li riteniamo fondamentali. Lacan considera il Motto di spirito, Psicopatologia della vita quotidiana e l’Interpretazione dei sogni dei testi canonici in materia di inconscio, la bibbia della psicoanalisi. Ne ha grande considerazione perché questi testi sottoscrivono in qualche modo la sua teoria: sono infatti dei testi che accostano l’inconscio attraverso un’analisi linguistica. Sia l’Interpretazione dei sogni sia il Motto di spirito e la Psicopatologia della vita quotidiana analizzano le formazioni dell’inconscio dal punto di vista linguistico e affermano che queste formazioni obbediscono alle stesse leggi, sia nel caso del lapsus, che del motto di spirito, del sogno e del sintomo.

Torniamo per il momento alla questione del motto di spirito, che in tedesco si dice Witz, in inglese wit, in francese mot d’ésprit, oppure trait d’ésprit. In francese e in italiano la parola “spirito” ritorna; in che senso dobbiamo intenderla? In italiano la parola “spirito” è ambigua, si può intenderla nel senso di spirituale ma anche nel senso di qualcuno che è spiritoso, arguto. La parola “spirito”, quindi, può essere intesa in questa doppia valenza: si presenta con due significati che apparentemente sembrano completamente diversi. In tedesco Witz, oltre a motto di spirito significa letteralmente arguzia: anche qui troviamo la stessa ambiguità. Freud comincia questo testo, il Motto di spirito, facendo una rassegna degli autori che l’hanno preceduto su questo argomento; è una rassegna piuttosto breve perché all’epoca non erano stati fatti molti studi su questo tema. Il suo autore preferito è un poeta che si chiama Heinrich Heine, autore di testi che sono una vera riserva di motti di spirito; uno dei suoi testi è tradotto in italiano (benché introvabile) e si intitola Impressioni di viaggio. Da questo testo in cui descrive alcune impressioni di un viaggio fatto in Italia (Bagni di Lucca), Freud trae alcuni esempi che gli servono per spiegare che cos’è un motto, perché nasce, come funziona, perché ci fa ridere. La prima cosa che Freud vuole sottolineare è la differenza fra il motto di spirito, l’arguzia e il comico. Qual è la differenza fondamentale fra il motto di spirito e il comico? Perché ci sia un motto bisogna che siano presenti tre persone, mentre per il comico basta essere in due, chi ride e chi è l’oggetto della comicità. Inoltre il comico non è necessariamente arguto, non ha bisogno di dissimulare la tecnica che impiega, non ha bisogno di essere allusivo come il motto. Queste caratteristiche del motto di essere arguto, allusivo, di essere un po’ dissimulato sono dei tranelli che vengono tesi alla censura per aggirare la resistenza. Il motto serve a far emergere qualche cosa di normalmente non accettabile e che per poter emergere deve essere preso di lato e sorprendere la persona a cui è rivolto. L’arguzia del motto e la sua costruzione permettono di aggirare le difese e le censure. Mentre la comicità fa ridere in maniera immediata – non ha bisogno infatti di cogliere di sorpresa e non interessa necessariamente una costruzione linguistica perché si riferisce a qualcosa di preconscio e non di inconscio – il motto invece si riferisce a qualcosa di rimosso, qualcosa di inconscio che con la sua arguzia riesce a fare emergere, scardinando le normali difese. L’esempio principe di cui Freud si occupa sia nel primo capitolo sul Witz sia nel quinto, si riferisce al personaggio del libro Impressioni di viaggio del poeta tedesco Heinrich Heine, di cui ho parlato prima. In questo libro Heine racconta per bocca di un suo personaggio che si chiama Hirsch-Hyacinth. Questo personaggio è un poveraccio che fa il ricevitore del lotto e poi per campare fa anche il callista, mette insieme una serie di mestieri piuttosto eterogenei. È originario di Amburgo e parlando con il poeta Heine in una determinata circostanza si vanta dei suoi rapporti con un grande barone, il barone Rothschild, nome che anche oggi è un significante di potere, ricchezza, di importanza. Questo personaggio dice al poeta: «Come è vero Dio, signor dottore, stavo seduto accanto al barone Rothschild e lui mi ha trattato proprio come un suo pari, con modi del tutto familionari». È su questa parola, familionari, che Freud concentra la sua attenzione. Questa figura, Hirsch-Hyacinth, che Heine ama molto e mette sempre al primo posto in tutti i discorsi che riferisce attribuendogli le uscite più divertenti, le più acute, viene definito, in una annotazione di Freud, simile per saggezza e insieme arguzia alla figura di Sancio Panza. E aggiunge ancora Freud: «In non pochi passi si ha l’impressione che per bocca di Hirsch-Hyacinth parli il poeta stesso come dietro una tenue maschera»; infatti vedremo più avanti che ci sono delle affinità tra questo personaggio e il poeta. Non è il primo caso di autore che si identifica con il suo personaggio e gli attribuisce dei tratti anche biografici di se stesso. Questo personaggio, Hirsch-Hyacinth, porta un doppio nome, e non da sempre, perché il nostro callista e ricevitore del lotto ha fatto sostituire il suo primo nome Hyacinth con quello abbreviato Hirsch. Nel caso del poeta Heine è successo qualcosa di simile: anche lui ha un nome che inizia con la lettera h, come il suo personaggio, e anche il poeta si era fatto battezzare all’età di 27 anni e aveva cambiato il suo nome originario, che era Harry, con Heinrich. Inoltre anche Heine aveva uno zio ricco che abitava ad Amburgo, che si chiamava Henry Salomon. E Salomon è appunto il nome del barone Rothschild. Anche nella vita di Heine c’era stato qualcosa di simile a quello che era capitato al callista di Amburgo: era il parente povero di una famiglia che annoverava fra i suoi componenti dei personaggi ricchi e potenti come lo zio Salomon. Anche Heine era stato trattato con modi familionari.

Freud, quindi, si serve di questo motto anche per indicare che nel motto ci sono delle radici soggettive, c’è la storia di chi lo pronuncia. Ad esempio, Freud dice che normalmente le persone argute, le persone che producono motti, sono persone nevrotiche, persone che hanno trovato questo canale alla loro nevrosi e che riescono quindi a parlare di sé e a parlare di ciò che non potrebbero dire, perché rimosso, attraverso l’arguzia e il motto di spirito. Quindi la condizione soggettiva per cui Heine produce il motto, facendolo dire dal suo personaggio, sta in questo parallelismo di storie. Anche il poeta quindi ha una storia di poveraccio in una famiglia di ricchi, una storia di persona mal vista e bistrattata perché appunto estremamente povera. Freud aggiunge che una sua zia gli aveva raccontato che un giorno si era trovata fianco a fianco, in una cena molto elegante, con una persona trattata da tutti, e anche da lei, come un emarginato, come un poveraccio, e poi aveva saputo che si trattava del poeta Heine. Freud racconta questo come controprova del fatto che effettivamente nella vita di Heine c’era stata una vicenda simile a quella del ricevitore del lotto.

Ora, che cosa significa che il motto di spirito ha bisogno di tre mentre per il comico basta il due? Il motto di spirito si forma sotto l’urgenza, sotto l’imperativo della fretta: si è pressati da un bisogno di espressione immediata. È una pressione soggettiva ma è anche finalizzata a rompere le difese di chi ascolta, permette di farlo ridere cogliendolo di sorpresa. Se il motto di spirito subisce modificazioni, anche minime, non fa più ridere: è infatti la sua combinazione linguistica che fa ridere. Ad esempio, qualche giorno fa mi trovavo a un convegno in una città di provincia. All’inizio del convegno c’era la sfilata degli interventi delle autorità per i vari convenevoli. La prima persona cui è stata data la parola era un personaggio molto importante, il presidente della banca che aveva finanziato il convegno. Aveva iniziato il suo intervento dicendo: «Io mi chiedo scusa se non posso trattenermi questa mattina con voi...». Naturalmente avrebbe voluto dire “vi chiedo scusa”, ma era così preso dalla sua importanza da prendere se stesso come unico referente. Sembra un lapsus ma funziona come un motto di spirito.

L’urgenza di comunicare il motto di spirito è legata al lavoro arguto; il processo di formazione del motto infatti arriva a termine nel momento in cui viene comunicato. Non si può ridere da soli di un Witz: per poter ridere c’è bisogno di un terzo. Il motto infatti, dice Freud, ha una struttura ternaria, mentre per il comico basta che ci sia il due. Io vado per strada e vedo qualcuno che inciampa, questa cosa mi sembra buffa: rido; ci sono io e la persona che è l’oggetto del comico per me: non ho bisogno di comunicarla ad altri. Anche nel comico ci può essere la terza persona, ma non è indispensabile. Nel motto la terza persona è invece indispensabile, perché è l’altro che decide se il motto funziona oppure no; è la persona cui è indirizzato che decide se è un Witz o se invece non è divertente. Freud, per rafforzare questa sua affermazione, prende a testimone un brano di Shakespeare: l’atto quinto, scena seconda di Pene d’amore perdute. Dice Shakespeare: «il successo di uno scherzo giace nell’orecchio di colui che lo ascolta e mai nella lingua di chi lo fa». Shakespeare è un ottimo avallo alle affermazioni di Freud. Perché il motto arrivi al suo interlocutore è necessario che ci siano delle condizioni soggettive. Ci vuole una certa concordanza psichica tra chi pronuncia il motto e chi lo ascolta; ogni Witz ha bisogno di un proprio pubblico. Se ad esempio faccio una battuta sulle suocere in presenza di una suocera, lei non riderà; se faccio una battuta sugli ebrei in presenza di un ebreo, lui non riderà... Bisogna che il motto non tocchi delle convinzioni profonde, religiose o di altro tipo. In questa terza persona cui è rivolto il motto si deve produrre, dice Freud, la stessa inibizione che il motto ha superato nella prima persona, cioè in quella che lo pronuncia, «così che, appena ode il motto, si risveglia in lei coattivamente e automaticamente la prontezza a rinnovare questa inibizione». Freud torna molte volte su questo processo di rimbalzo del motto, dalla persona che lo pronuncia alla terza persona che lo accoglie, sottolineando quanto questa terza persona sia indispensabile per lo stesso processo di formazione del motto. La stessa persona che fabbrica il motto, per poterne ridere deve comunicarlo ad altri. Dice Freud: «noi ridiamo di rimbalzo». Freud porta come esempio un aneddoto. Una signora è invitata a un ballo di corte molto importante, balla con Napoleone, e lui, arrogante, dice: «gli italiani danzano sì male...», e la signora gli risponde «non tutti ma buona parte». Un altro esempio in francese: «ho viaggiato tete à bete con lui...». Normalmente in francese si dice tete à tete e, con una piccola mutazione delle t in b, testa diventa bestia. In francese fa più ridere, perché minore è la mutazione più il motto fa ridere. Ho viaggiato testa a testa con lui, ma siccome lui è una bestia, ho viaggiato testa a bestia. Molti esempi non sono in tedesco proprio perché Freud vuole sottolineare l’importanza dell’uso linguistico per la formazione del motto: il motto fa ridere se viene pronunciato nella stessa lingua di chi lo ascolta.

Abbiamo parlato delle condizioni soggettive del motto, abbiamo detto che ha una struttura ternaria, ora faremo qualche cenno sulla tecnica del motto. Il motto è un lavoro psichico che obbedisce a una sua economia molto complessa, che è efficace se non richiede un lavoro intellettuale eccessivo per chi lo ascolta. Se ci si impegna troppo per ridere, se il lavoro intellettuale per poterlo comprendere è eccessivo, il motto non funziona. Per funzionare deve essere estremamente sofisticato ma al tempo stesso deve essere immediatamente comprensibile: è infatti l’effetto sorpresa che fa funzionare il motto. Ciò che fa ridere quindi non è il contenuto del motto, ma proprio la sua dizione letterale. Che cosa è successo nella parola familionari del callista di Amburgo? Ci sono due parole sovrapposte (“familiari” – “milionari”), e la famosa frase potrebbe essere scomposta in due: «come è vero Dio, signor dottore, stavo seduto accanto a Salomon Rothschild e lui mi ha trattato proprio come un suo pari, con modi del tutto familionari...». Avrebbe potuto dire: “con modi del tutto familiari per quanto è possibile per un milionario...”. Questo è il pensiero rimosso: come può essere familiare un milionario con un poveraccio? Non può esserlo che in maniera paternalistica, in maniera pesante da accettare per un poveraccio! Ed è questa la sensazione di sgradevole pesantezza percepita dal callista, causata dal tipo di condiscendenza che ha dovuto subire, la condiscendenza che hanno i ricchi nei confronti dei poveracci, la condiscendenza tinta di arroganza che si esprime nel motto. Con questo motto si era in qualche modo vendicato, attribuendo al barone Salomon questi modi “familionari”, quindi falsamente familiari, familiari per quanto è possibile appunto a un milionario. Che cosa è successo allora nella parola familionari (familiari – milionari)? Le due parole si sono condensate insieme e abbiamo avuto come sovraimpressione questo neologismo, che è appunto familionari. La funzione del motto è proprio in questa creazione di una nuova parola: il motto è creatore di senso, e i neologismi producono nuovi sensi. È un’infrazione rispetto al codice linguistico, lo interseca.

Pensate ai neologismi giovanili, essi hanno proprio come obiettivo di infrangere il codice di una lingua, vengono inventati proprio per suscitare la disapprovazione, l’indignazione. Anche il Witz è un neologismo, è qualcosa che interseca il codice linguistico per produrre un nuovo significante, per produrre dei nuovi sensi. Un altro esempio di questa condensazione lo troviamo nella serie di lezioni raccolte sotto il titolo: Introduzione alla psicanalisi. Freud ci propone un esempio di lapsus che funziona come un Witz: due escursioniste fanno una gita in montagna, sono quasi alla fine dell’escursione, sono molto stanche, sudate, affaticate, e una dice all’altra: «è molto bello fare queste gite, ma si è talmente stanche che quando finalmente si arriva a casa...». Ebbene, questo è quello che intendeva dire... “a casa”, che in tedesco si dice (zu) Hause; in realtà dice Hose, e cioè l’equivalente tedesco di “mutande”, e la frase dunque continua così: «...ma quando finalmente si arriva a mutande ci si può lavare». Il pensiero rimosso si riferisce a queste mutande bagnate di sudore di cui la signora non vedeva l’ora di liberarsi; di qui il lapsus, cioè qualcosa che le sfugge. Quello che produce il Witz è la vicinanza del suono linguistico di queste due parole. Il lapsus verbale in questo caso funziona come un Witz che interviene all’interno di una cerchia di pensieri consci, per dire qualcosa d’inconscio che era stato represso e messo da parte.

Per noi è importante rintracciare delle leggi che presiedono alle formazioni dell’inconscio. Queste leggi sono appunto le leggi della condensazione e dello spostamento. Lacan dirà della metafora e della metonimia. Anche i sogni obbediscono a processi di condensazione e di spostamento, espressi con delle figure o con delle parole. Spesso i sogni sono costruiti come dei montaggi surreali, il personaggio del sogno è un personaggio composito che presenta in maniera condensata dei tratti che rinviano ad altro. Il lavoro sul sogno infatti consiste nel rintracciare queste catene di rinvii ad altro.

In realtà, nelle intenzioni di Freud, il suo testo sul Witz doveva essere una controprova della validità della teoria sul sogno. Freud aveva scritto delle cose impensabili a quel tempo, non facilmente accettabili; all’epoca si rideva delle sue teorie. Freud insiste molto sull’economia del motto di spirito; è un’economia molto privilegiata perché il motto ha come caratteristica unica di far emergere materiale inconscio che altrimenti non sarebbe riconoscibile, ma anche di farlo emergere producendo piacere. Possiamo addirittura ridere di questo qualcosa di rimosso che non possiamo normalmente ammettere. Freud poi, con la sua solita arguzia dice che questo tipo di economia è paragonabile a quella «di certe massaie che sprecano tempo e denaro per recarsi in un mercato fuori mano dove la verdura costa pochi centesimi in meno...». Il Witz sarebbe questo mercato fuori mano dove la verdura, cioè l’inconscio, costa meno, e si ricorre a questa soluzione del Witz quando invece si potrebbe, se non esistesse la rimozione, ammettere questo materiale inconscio che preme per farsi riconoscere.

Ci sono altri esempi di tecnica del motto, quelli fondati sul doppio senso, come ad esempio una storiella ebraica che gioca su dei tratti comuni al popolo ebraico, ad esempio la fama che godevano gli ebrei della Galizia di essere sporchi. Questa fama è alla base della storiella che Freud racconta. Due ebrei si incontrano in un bagno pubblico e uno dice all’altro: «hai preso un bagno?»; l’altro risponde: «perché, ne manca uno?». Questo Witz è fondato su uno spostamento del senso della parola prendere. Chi chiede “hai preso un bagno”, intende “hai fatto un bagno?”, mentre l’altro lo intende nella maniera letterale, di “rubare un bagno”: c’è quindi uno spostamento nell’uso di questa parola.

Vi riferisco un altro esempio che fa ridere ma solo amaramente; è un po’ triste, è stato pronunciato da un paziente di Lacan ed è un lapsus che funziona come un Witz. Questo paziente parla della sua vita trascorsa con la moglie da cui si è separato, racconta degli anni trascorsi con lei – descritti come pesanti e bui – e aggiunge: «abbiamo vissuto quegli anni maritevolmente». Questo maritevolmente è una condensazione di “maritalmente” e “miserevolmente”. Lacan aggiunge: «miserevolmente come succede nella vita di coppia, maritalmente, tra marito e moglie». Nel lapsus del suo paziente, maritalmente e miserevolmente avevano prodotto questo maritevolmente, tra marito e moglie in maniera misera. In questa condensazione questa persona esprimeva la sua condizione di uomo infelicemente sposato. Abbiamo un altro esempio fondato sul doppio senso che possono avere le parole. Un medico, dopo aver visitato la moglie di un signore, andandosene dice al marito: «sua moglie non mi piace...», e il marito di rimando: «anche a me non piace, e da tempo...». Vedete che anche questo Witz maschilista, che non vi fa tanto ridere perché in questa sala ci sono più donne che uomini, è fondato sul doppio senso. Il medico intende “sua moglie non mi piace” nel senso che è malata, il marito invece nel senso che non la desidera, non gli piace più come donna...

Intervento pronunciato a Milano, il 20 ottobre 2000 come introduzione agli insegnamenti dell’anno 2000-2001 della Scuola di Psicanalisi di Milano, presso la Libreria Feltrinelli di via Manzoni.