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SINTOMI SENZA INCONSCIO DI UN'EPOCA SENZA DESIDERIO

Presentazione del libro di Marco Focchi

Marisa Fiumanò, relazione tenuta all’Umanitaria di Milano il 14 marzo 2014 in occasione della presentazione del libro di Marco Focchi: Sintomi senza inconscio di un’epoca senza desiderio.

Nel libro di Marco Focchi clinica e teoria si dispongono su una stessa faccia. Un po’ come su una striscia di Moebius, che cambia continuamente il suo verso, pur restando continua. Che cosa fa scivolare Focchi su questa striscia? E quando ne produce la torsione?

A me piace  leggere un libro tutto d’un fiato, quando si tratta di qualcosa che mi appassiona, tanto un saggio quanto un romanzo. Così in questo caso. Perciò, a “lettura fresca” mi sembra che la torsione, il cambio di “verso” avvenga quando la teoria trova il suo sbocco – e direi il suo sollievo – nella clinica, nella citazione dell’esperienza o nell’esemplificazione del caso.

In quel tornante appare anche non tanto l’enunciato, che è già detto nella teoria, quanto l’enunciazione. Quando appare cioè l’analista che si espone al rischio di dire come opera, sulla base di quanto ha enunciato e, soprattutto, quando mostra il suo desiderio d’analista. In parole povere: quando ci offre uno spaccato di come lavora, di cosa trova e di cosa inventa per poter trovare. Perché, se è vero che non cerca, come dice Lacan, ciò che trova lui non è la stessa cosa che troverebbe un altro.

Questo modo di passare da un registro all’altro possiamo chiamarlo “stile” dell’analista. Intendo anche nel senso di stile letterario perché Marco Focchi è un analista che sa scrivere, che ha molta cura della lingua.
Il momento dell’enunciazione, della torsione del discorso, è quello che mi affascina di più perché offre la cifra della particolarità dell’analista, del “nuovo” che fa avanzare la psicoanalisi.
Voglio sottolineare i punti di snodo di questo saggio rigoroso e documentato, punti di snodo che mi catturano e che “metto via”, diciamo, in modo che possa servirmene quando lavoro. Come un artigiano che apprende da un altro artigiano qualche trucco del mestiere che gli è sfuggito, o che l’altro ha inventato.
Ecco, ad esempio, uno di questi punti di snodo: quando Focchi dice che siamo tutti traumatizzati dal linguaggio (p. 26 «Da cosa guarisce la psicoanalisi?») e subito dopo apre il sipario sulle sedute preliminari, quando la sofferenza di chi ci interpella appare incomprensibile anche a chi se ne lamenta. Come mai sto male se manca un “vero” trauma che io riconosca come causa? È una domanda, esplicita o sottintesa, che ritorna spesso nei primi colloqui.
Questo è un esempio di ciò che ho chiamato “torsione”. Perché qui appare una difficoltà delle sedute preliminari in cui l’analista ha a che fare con una sofferenza che cerca la sua causa e che non ammette dilazione, che non trova ancora sollievo nel transfert, che appena sta cominciando a prendere corpo. Appare anche la pazienza dell’analista nel farsi carico di accogliere la sofferenza ma senza poter rispondere subito all’urgenza del paziente.
È una difficoltà accentuata dal fatto che non sempre il sintomo, come Focchi dice più avanti (p. 50), oggi fa enigma per il soggetto che se ne lamenta, perché si tratta spesso di un soggetto che non si riconosce come diviso. In altre parole: il sintomo non gli parla. Un mal di testa è un mal di testa, la colite è prodotta da una cattiva digestione o infiammazione o non importa cosa, e così via.
Ancora un altro esempio di ciò che ho chiamato “torsione”: quando l’analista, di fronte al sintomo, parla della propria posizione. Dice Focchi: «Le domande che si rivolgono ai terapeuti sono domande di tutela, di sicurezza, di forza, e non si tratta di tirarsi indietro ma di considerare una sicurezza che non è quella della prestazione, una tutela che non è quella della legge, di consentire un’uscita dall’isolamento che non porta verso la comunità dei normali» (p. 56).
Anche in questo caso è l’analista che parla con la forza del suo desiderio e il supporto della sua etica: «uscita dall’isolamento» significa socializzare, riportare alla comunità, da quella dei legami più stretti, familiari, a quella più ampia ed esterna.
Con un termine adottato da Jean-Pierre Lebrun, un collega di Bruxelles autore di molti importanti saggi, direi che il lavoro d’analista di cui parla Focchi è definibile come un lavoro di “umanizzazione”. Umanizzare non significa però adattare alla norma. La singolarità dell’analista è messa al servizio della particolarità del desiderio del singolo paziente e del suo discorso che lentamente prenderà forma.

L’emergenza dell’enunciazione, quindi del desiderio dell’analista, è presente in molti passaggi del libro ed è, a mio avviso, la sua anima.

Non vorrei però trascurare gli enunciati, di grande interesse e novità.
Penso in particolare al capitolo 4 dedicato ai cosiddetti «attacchi di panico» così designati nel DSM a partire dagli anni Ottanta e terreno privilegiato di comportamentisti e cognitivisti.
Focchi ci dice che Freud ne parlava più di cento anni fa e li aveva definiti: nevrosi d’angoscia.
Il panico si presenta come un’angoscia «slegata», non protetta da alcun apparato simbolico, una «forma purificata dell’isteria» (p. 82).
Non corrisponde esattamente a ciò che Freud definiva «panico» parlandone in Psicologia delle masse, perché lì il riferimento è al capo, al padre edipico. Oggi, dice Focchi, più che otturare il buco prodotto dall’esperienza del panico, dobbiamo “insegnare” al paziente a muoversi intorno alla falla senza caderci dentro.
Abbiamo anche qui un esempio della torsione di cui dicevo prima, introdotta dal caso clinico di Emma. Non una vignetta clinica, esemplificatrice della teoria, ma una vera narrazione della cura, completa di anamnesi. Una narrazione di stile freudiano.
A essa segue una contestazione della cura comportamentale del panico in quanto fondata su una «forzatura delle difese» (Hai paura di uscire di casa ? Sforzati di farlo un po’ per volta ecc). Focchi propone invece una «forzatura attraverso la lingua» (p.105), cioè la costruzione di una “distanza simbolica” che tenga lontano ciò a cui il soggetto non può dare senso. Questa «forzatura» non è, sottolinea Focchi, un’interpretazione.
Sono d’accordo.
Il panico ha a che fare con una falla nel discorso che riguarda tutta la sua trama e che è circoscrivibile quando il discorso del soggetto ha ridisegnato la propria struttura e lui, il soggetto, se ne è appropriato.
Questo capitolo, dedicato a panico e angoscia, contiene un’interessante proposta teorica che consiste nell’accostare all’angoscia e al panico due nozioni: Uneimlich, un concetto-titolo di uno dei saggi freudiani più famosi, Il perturbante, e Hilflosigkeit, un termine che Lacan estrae da Freud per definire la condizione primitiva del soggetto, quella di essere senza soccorso. Proporrei di tradurre quest’ultimo con “derelizione”.
Il panico getta il soggetto in uno stato di “derelizione” mentre l’angoscia  ha che fare col perturbante.
Più avanti Focchi si appoggia a La troisième, la conferenza tenuta da Lacan nelle Giornate di Roma del ’74 , per ricordare la differenza che Lacan avanza in quell’occasione fra paura del corpo e paura della vita, dove la vita viene assimilata al reale. Il panico allora, che pure si manifesta come paura di morte imminente, sarebbe paura della vita, l’invocazione di uno specie di “stop” alla vita. Chi si invocherebbe? Herr, direbbe Freud, il padrone assoluto, la morte come limite. L’invocazione sarebbe un modo di liberarsi della pressione della vita.
Una pressione che travolge e che getta in uno stato di “derelizione”, se mi si passa la traduzione del termine Hilflosigkeit.
Il panico insorge anche di fronte alle manifestazioni della vita-corpo, del reale del corpo che gode di una vita fuori dalla cattura del nostro fantasma. Il panico infatti dissolve il fantasma, o meglio insorge se il fantasma si dissolve lasciandoci senza soccorso.
Questa la tesi di Focchi.
Sulla base di queste considerazioni sarebbe interessante interrogarci  sulla frequenza degli attacchi di panico nelle donne chiedendoci se c’è un rapporto fra la loro frequenza e la fragilità con cui si costituisce il fantasma per una donna. È un tema su cui sto lavorando e certamente l’attacco di panico serve ad arricchire la questione complessa di come si costruisce il fantasma per una donna. Perché il fantasma è il supporto del soggetto, il suo modo di mettere in forma il desiderio.

Un’altra questione, per terminare, restando nel campo della questione femminile, riguarda quella che Focchi chiama «la declinazione femminile dell’autorità», tema di grande attualità su cui noi analisti dovremmo pronunciarci: nella nostra epoca, segnata dalla questione della parità di genere, dalla ricerca di eguaglianza, l’appartenenza di genere, cioè la dimensione sociale dell’essere donna, viene confusa con la posizione femminile, o meglio l’una si sovrappone all’altra. Focchi ricorda lo stratagemma del tappeto, adottato da Cleopatra per presentarsi ai romani conquistatori: il tappeto si srotola e rivela Cleopatra, un regalo prezioso, inaspettato. Presentarsi come oggetto non annulla però la sua autorità, che Cleopatra impone ai conquistatori romani: afferma il suo essere lei l’ospite, la padrona di casa. Vale a dire, prolungherei così il ragionamento di Focchi, Cleopatra si colloca dal lato destro delle tabelle della sessuazione, dal lato donna ma, nel suo caso, senza che questo la privi del suo ruolo sociale, di regina e della sua autorità.
Regina d’Egitto, paese segreto e misterioso, metafora dell’incomprensibile, dell’inverosimile, del lontano. Diremmo: «Ma che regina d’Egitto! » per affermare che è inverosimile che si tratti di una regina. La foga dell’esclamazione può significare però anche un misconoscimento. Misconoscimento di un’autorità femminile che proviene dall’abitare un luogo – nel caso di Cleopatra un luogo che è al tempo stesso soggettivo e sociale – e non solo dall’appartenere a un genere. È una grande questione, che scompagina le attuali teorie sociologiche del genere e su cui la psicoanalisi ha molte cose da dire.