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SULLA NEVROSI OSSESSIVA

di Renata Miletto

*Se Freud compie i primi passi nell’elaborazione della psicoanalisi studiando alcuni casi di isteria, quasi subito individua un quadro clinico di nevrosi differente, che chiama nevrosi ossessiva, di cui scrive per la prima volta nel 1896 in Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa. Nell’estate del 1909 scrive Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva, conosciuto come il caso dell’uomo dei topi, che resta il caso princeps nello studio di questa nevrosi.

Riprendo alcune righe della Premessa che Freud appone a quest’ultimo scritto: “bisogna comunque ammettere che capire una nevrosi ossessiva non è cosa facile, ma anzi ben più ardua che capire un caso d’isteria. In verità ci si dovrebbe attendere il contrario. Il linguaggio della nevrosi ossessiva – i mezzi con cui esprime i suoi pensieri segreti – è, per così dire, solo un dialetto del linguaggio isterico, ma un dialetto in cui dovrebbe essere più facile immedesimarsi, poiché è più affine che non il linguaggio isterico al modo d’esprimersi del nostro pensiero cosciente. Soprattutto esso non contiene quel salto dallo psichico all’innervazione somatica – la conversione isterica – di cui non riusciamo mai a farci un concetto”.

Più avanti osserva che i sofferenti di nevrosi ossessiva grave si sottopongono al trattamento analitico molto più raramente degli isterici e che dissimulano il loro stato anche nella vita di ogni giorno fin quando è possibile…

Con il mio intervento oggi, dopo aver ripreso brevemente quei punti del caso dell’uomo dei topi idonei a individuare la struttura della nevrosi, non farò che commentare queste osservazioni di Freud appoggiandomi sul seminario che Charles Melman ha tenuto a Parigi nel 1987-89 . L’uomo dei topi è un giovane di una trentina d’anni, universitario in panne, che fin da quando era bambino soffre di pensieri ossessivi, timori, in particolare che accada qualcosa di terribile a persone care, compulsioni, impulsi accompagnati da un divieto o un contrordine, sia su cose insignificanti che su atti delittuosi. Il giovane dunque ha sviluppato una nevrosi infantile.

Tra le prime cose di cui parla a Freud c’è la delusione per un amico, cui era molto legato e a cui raccontava tutto, che gliene ricorda un’altra simile, patita nell’infanzia: l’amico era più interessato a sua sorella che a lui. Ricorda una situazione analoga con una governante, con cui era in grande familiarità e intimità, da cui sente dire che con suo fratello più piccolo sarebbe possibile farlo, ma con lui no. Relazioni strette, dunque, di tipo speculare, interrotte dall’introduzione di un elemento terzo, la sessualità, che costituisce un’offesa narcisistica.

L’inizio della malattia, secondo il giovane stesso, risale all’intuizione precoce di un legame tra le sue rappresentazioni ossessive e una forte curiosità sessuale; desiderava fortemente vedere donne nude, e, legato all’eccitazione, sorgeva il timore che i suoi genitori conoscessero i suoi pensieri, che immaginava di aver detto ad alta voce senza peraltro essersi sentito dire le parole. Doveva fare di tutto quindi per non pensarli, se no sarebbe successo qualcosa di terribile e per questo era costretto a recitare formule rituali propiziatorie.

Presentimento dell’inconscio, annota Freud, a proposito di questi pensieri pensati dal soggetto e saputi dall’Altro, pensieri “non sentiti”, in qualche modo, quindi, non saputi. Sembrerebbe dunque che l’uomo dei topi, fin da bambino, si sia costituito come soggetto di desideri specificatamente maschili e abbia quindi conosciuto la castrazione. La sessualità per lui viene introdotta all’interno di una relazione al simile fraterno, e resta marcata da una forte componente voyeuristica: veder sorgere nel campo scopico l’oggetto che causa il desiderio, che è -più precisamente- la “cosa” che fa la femminilità, oggetto che alla vista è difficile da localizzare, e che comunque resta enigmatico. Il desiderio quindi si situa nel campo scopico per andare oltre il visibile, ma anche oltre il “semblant”, la parvenza propria della rappresentazione dell’oggetto, per andare fino in fondo al desiderio e raggiungere il “vero” oggetto che lo causa. Tendere ad arrivare fino all’oggetto che causa il desiderio e goderne, tentare di superare i limiti della castrazione è proprio dello slancio del desiderio, per quanto nevrotizzante, ed in più è ubbidire all’imperativo superegoico, che ci viene dal padre, che ci ordina di godere. Di particolare qui c’è, però, ed è qui che inizia il patologico, che questo slancio si accompagna al timore che succeda qualcosa al padre. Ma che padre? Freud si stupisce, ascoltando il paziente raccontare dei sintomi che lo tormentano oggi, a tanti anni di distanza dalla morte del padre, che i timori siano gli stessi dell’infanzia, che accada qualcosa di terribile al padre. E’ un altro padre, dunque, quello che verrebbe danneggiato dalla presa dell’oggetto, sarebbe infatti il padre ancestrale, quello che presiede alla rimozione originaria, quell’istanza che fonda la perdita dell’oggetto e la sua presa solo attraverso la sua rappresentazione. Raggiungere l’oggetto sarebbe come dimostrarne vuota la tomba, eliminare il suo carattere sacro. E la dama, che sappiamo figura importante per questo paziente, la donna amata, da non toccare, vergine, occupa per lui lo stesso posto, essendo supporto idealizzato di questo carattere sacro, da venerare e rispettare.

La nevrosi ossessiva si struttura quindi in difesa contro il desiderio e i rischi di andare fino in fondo. Al primo taglio simbolico, quello da cui è caduto l’oggetto e si è costituito il desiderio e il suo soggetto, il nevrotico ossessivo aggiunge un secondo taglio, anch’esso simbolico: il taglio del desiderio, offerto in sacrificio al padre, producendo il risultato paradossale di ravvivare il desiderio stesso e le tensioni libidiche.

A proposito di questo sacrificio del figlio al padre, ricordo che Freud ha ben avvertito l’analogia tra questa nevrosi e la religione, tanto da parlare della religione come di una nevrosi ossessiva a livello collettivo. (v. L’avvenire di un’illusione,1927) Su questa analogia ritornerò più avanti.

 

Riprenderò ancora solo un punto di questo caso, quello che riguarda il supplizio dei topi, da cui il caso prende il nome, perché illustra molto bene il sintomo ossessivo. Come ricorderete, il giovane racconta a Freud che la crisi violenta che lo ha spinto a consultarlo si è scatenata dopo aver ascoltato una sera un capitano – egli infatti è in servizio presso l’esercito - parlare del supplizio in uso in Oriente, di far introdurre dei topi attraverso l’ano del condannato. Subito dopo era stato assalito dal timore che il supplizio potesse accadere al padre e alla donna amata e se n’era liberato recitando una formula, qualcosa come: che cosa ti cade dentro, per dire: che cosa ti viene in mente. Il verbo usato era lo stesso che descriveva l’azione dei topi e Freud nota che su questo termine si stabilisce l’equivalenza tra pensieri e topi. Il giorno dopo, quando il capitano gli disse di rimborsare il debito per l’acquisto del nuovo pince-nez al luogotenente A, il giovane fu assalito dal pensiero di non rimborsare A, per evitare il supplizio al padre e alla dama. Segue il racconto del tentativo di restituire i soldi, un’odissea di vagabondaggi, inibizioni, errori, nella più gran confusione, pur sapendo che in realtà i soldi erano da restituire alla postina. Qualche osservazione sui sintomi principali. Ossessione in tedesco è Zwang: penetrare di forza all’interno, mentre il termine italiano e francese deriva dal latino obsidere, assediare, ed e anche la condizione di chi è indemoniato.

Quanto ai moti impulsivi, accompagnati da un ordine e un contrordine, possiamo notare che nel soggetto ossessivo non c’è interrogazione sulla loro provenienza, non c’è un soggetto che li emette, non sono cioè parole, e inoltre non c’è un tempo di enunciazione, una puntuazione, il rinvio ad un senso, magari nell’ambiguità. S’impongono come un enunciato chiuso, dal senso chiaro, già costituito, sono un detto. Sono idee, niente di percettivo o allucinatorio, e nei loro confronti il paziente è sempre ben diviso, anzi è in rivolta. Hanno forma imperativa, sono ingiunzioni e insieme divieti, sono un modo per iscrivere in due registri differenti quello che si presenta paradossalmente insieme: è infatti ben conosciuto che un desiderio si presenta con la sua interdizione nello stesso movimento (il desiderio è articolato alla legge). E’ una manifestazione, nella disgiunzione, di come funziona la castrazione, ma nel sintomo ossessivo il funzionamento non conosce nessuna temperanza, c’è ferocia ed eccesso. Andare fino in fondo al desiderio è imperativo paterno ma nello stesso momento è atto sacrilego e non c’è nulla di più nevrotizzante di due ordini contraddittori: Via/Alt

Il topo, ed i suoi equivalenti, è elemento atto a rappresentare l’emergere nel campo della realtà di ciò che sta nel Reale, è l’oggetto che s’intrufola tra i significanti, crea danno e arriva a contaminare tutta la catena, e nei confronti di tale contaminazione non c’è pulizia, disinfezione che tenga, come mostra una compulsione tipica di questa nevrosi.

Proseguirò ora commentando brevemente alcune delle affermazioni che Freud fa nella Premessa. La prima: il linguaggio della nevrosi ossessiva è affine al modo d’esprimersi del nostro pensiero cosciente. E’ infatti un linguaggio che bada al senso, che tende ad eliminare ogni oscurità, ambiguità, discordanza; è un linguaggio che razionalizza, che si vuole preciso, rigoroso, logico. E’ un linguaggio che scava, che cerca la causa, il legame tra causa ed effetto, è un linguaggio molto vicino a quello razionale, scientifico. Tuttavia capire una nevrosi ossessiva non è cosa facile, ma anzi ben più ardua che capire un caso d’isteria, dice Freud, e proprio perché per l’analista è più facile immedesimarsi, ricalcando il procedimento freudiano di cura: dare senso ai sintomi. Cercare il senso, la causa, spiegare è con questa nevrosi particolarmente seducente e frustrante, perché produce un avanzamento illusorio nel lavoro analitico e al contrario “nutre” il sintomo. Dare senso non è che il nostro modo ossessivo di difenderci contro l’insensatezza della struttura, i paradossi da cui ci ritroviamo dipendere strutturalmente. Seguendo Lacan, che corregge la concezione freudiana dell’interpretazione analitica nella direzione dell’equivoco, della sospensione del senso, del non senso, saremo un po’ più vicini a cogliere ciò di cui si tratta in questa nevrosi: di un’eliminazione dei punti d’emergenza del Reale, delle aporie e dei paradossi che lo testimoniano nel Simbolico, così come dei suoi effetti nell’Immaginario: conflitti, dubbi, rivalità, ambivalenze; in altri termini, epurazione del soggetto del desiderio inconscio, che ha la colpa di esistere e non è che fonte di errori, abusi, distorsioni.

Il soggetto ritorna però infiltrandosi nei pensieri “contro”, nelle forme che negano, contraddicono ciò che è appena stato affermato, nel dubbio, nel pensiero sacrilego, osceno, mostruoso. Nell’articolo sulla Negazione Freud fa un’analisi del meccanismo del no, a partire dai primi moti pulsionali di incorporazione/espulsione, ponendolo all’origine del pensiero, dell’attività intellettuale, e dell’emergenza del soggetto. Dire no è la prima forma di esistenza del soggetto.

In particolare la nevrosi ossessiva sollecita la questione della causa, dell’origine (anche in questo senso, del Padre). E’ il tentativo di annullare il Reale, inteso come luogo di una causa che c’è, ma che resta come referente enigmatico dei nostri tentativi di spiegazione, di legarvi un effetto in una catena che tenga saldamente e stabilmente. Il Reale per l’ossessivo non è ciò che è radicalmente inafferrabile dal Simbolico, Simbolico che per questo resta un sistema “bucato”, dove le questioni, anche quelle meglio spiegate, restano aperte, dove i sistemi formali possono chiudersi solo grazie ad assiomi posti come premesse indimostrabili, risolvendo la questione della verità attraverso il vero/falso delle deduzioni.

La funzione della causa, che la psicoanalisi invita a pensare nel reale dell’inconscio, nella nevrosi ossessiva è dissolta a profitto di una relazione che lega strettamente nella catena parlata l’antecedente al successore, cancellando ogni piano di divisione. Il legame tra i due significanti così non resta barrato e assicurato solo dalla presenza del desiderio che lo causa e del soggetto che lo enuncia, ma deve essere irrefutabile, giusto, necessario. Se c’è soggetto barrato e l’oggetto causa di desiderio - a - la catena parlata non può essere nulla di tutto ciò. Si capisce quindi perché l’ossessivo, una volta abolito il fatto che sia il soggetto a costituisce la verità del suo dire, sia gettato nel tormento del dubbio, dell’errore, della continua verifica.

Nel suo lavoro sulla nevrosi ossessiva Melman mette in evidenza come nel discorso ossessivo si trovino in funzione le figure della logica preposizionale, un sistema chiuso con due elementi e due valori, come se l’inconscio dell’ossessivo si costituisse come un puro gioco di scrittura, come lo è la logica preposizionale.

Le accenno qui solo brevemente: la congiunzione: p e q; la proposizione è vera se sono veri entrambi gli elementi. La troviamo nei rituali e nel sintomo del ritornare indietro per verificare i propri passi. La disgiunzione: o questo o quello, terzo escluso. Niente garantisce la verità dell’uno o dell’altro, da cui la paralisi e la necessità dell’intervento di un segno esterno. L’implicazione: se p allora q; in questo caso, che q sia vero, può conseguire sia nel caso in cui p sia vero che nel caso sia falso. Ricordiamo che per l’uomo dei topi valeva l’affermazione: se non rendi i soldi al luogotenente A succede qualcosa alla dama, pur “sapendo” che i soldi erano stati anticipati - e dunque da rendere - dall’impiegata della posta e non da A.

Melman fa anche notare che la parentela tra il pensiero logico-razionalista e la religione che la nevrosi ossessiva manifesta, non è contraddittoria se si pensa che il tipo di trattamento del Reale è piuttosto simile nei due casi, essendo la religione un modo per umanizzare e rendere abitato quel luogo, per poterci avere a che fare. Simbolizzare il Reale che insiste a presentarsi come “buco”, come “impossibile”.

Sappiamo che l’isteria è conosciuta fin dall’antichità mentre la nevrosi ossessiva appare strettamente legata all’affermarsi della religione giudeo cristiana, fortemente centrata sul padre, il cui figlio per suo volere deve morire alla vita per risorgere alla “vera” vita, aprendone a tutti la via.

I rituali, così simili nella pratica religiosa e nella nevrosi ossessiva, hanno, secondo Freud, il fine di neutralizzare il ritorno del rimosso, dell’ostilità nei confronti del padre, figura che resta idealizzata e in rapporto alla quale è chiesto l’amore e la totale dedizione col sacrificio di ogni forma di soggettività.

L’accanimento con cui l’ossessivo difende l’ “oggettività” del discorso consente di illuminare meglio il perché il padre che conta per un soggetto è il padre morto, in quanto il rapporto che intrattiene col significante tende a eliminare la sua dimensione significante e a renderlo lettera, lettera che presentifica l’oggetto; per l’ossessivo la lettera non è mai lettera perduta, “rubata” nell’articolazione significante (r.i.s.o., le lettere, cadono se riso è cereale, è ridere, è sapere di nuovo…), segno della mancanza d’oggetto di cui il simbolo inaugura la perdita, ma, grazie a un piccolo spostamento, la lettera diventa segno della presenza dell’oggetto perduto. La lettera che perde il suo valore simbolico prende corpo e diventa segno dell’oggetto.

 

Nella Premessa Freud osserva ancora che la nevrosi ossessiva dovrebbe essere più comprensibile dell’isteria perché non contiene quel salto dallo psichico all’innervazione somatica – la conversione isterica – di cui non riusciamo mai a farci un concetto. Freud ipotizza infatti una frontiera tra psiche e corpo, che le rappresentazioni rimosse superano nell’isteria, questo superamento anzi assicura la tenuta della rimozione; nell’ossessivo invece le rappresentazioni restano nella psiche e la difesa contro di loro utilizza l’isolamento, l’annullamento, la razionalizzazione, più che non la rimozione. Il sintomo si manifesta quasi esclusivamente nel mentale, il corpo è tenuto nel silenzio; a volte si formano sintomi ipocondriaci che raramente spingono a consultare il medico e tendono ad essere ignorati. Quante volte abbiamo sentito dire, ad esempio, di essere convinti di avere un tumore, ma di aver paura di andare dal medico per non sentirsi dire la “verità”; se il corpo si fa sentire è perché ospita l’oggetto nella sua presenza Reale, che è la verità rispetto alla sua rappresentazione.

Mi sembra molto interessante come Melman riprende questa topologia rudimentale che divide testa e corpo, anche perché illumina la posizione differente che la nevrosi isterica e quella ossessiva hanno nei confronti del “concetto”. Ciò che propone è di supportarla con la topologia simbolica che sta a fondamento e che organizza dei luoghi che noi immaginariamente attribuiamo alla testa e al corpo. I due luoghi sono individuati dal gioco del significante, dell’articolazione significante da S1 a S2 (ad esempio, x vuol dire y): il posto del significante che comanda, e quello del significante che si offre al godimento del senso; il primo è il luogo dell’agente, da dove parte l’articolazione, in cui il significante chiude in un tratto simbolico un pezzo di Reale, lo simboleggia con un tratto; il secondo è il luogo dell’Altro, del godimento, e del corpo, in quanto il corpo può ben rappresentare questo luogo Altro in cui abitiamo. Tra i due, nell’articolazione tra di loro sotto la spinta della ricerca di soddisfazione, si costituisce il soggetto, e si tesse, nella trama delle articolazioni, l’oggetto che causa questa ricerca, il desiderio.

Si producono sintomi differenti a seconda che il soggetto cerchi di appoggiarsi e di organizzare le sue difese contro la castrazione più sull’uno che sull’altro. L’isterica si appoggia sull’Altro e utilizza i suoi mezzi d’espressione, il corpo, come supporto di un discorso che chiede di essere decifrato: il sintomo rimanda ad “altro”, cerca l’apertura ad un’altra significazione: questo è altro. Il soggetto che si appoggia piuttosto su S1, produrrà dei sintomi che traggono le loro caratteristiche da questo luogo, il luogo della presa simbolica, del pensiero; l’articolazione tenderà all’asserzione, alla definizione, al concetto, appunto: questo è così. Diciamo che il soggetto che si appoggia su S1 sceglie una posizione maschile e quello su S2 una posizione femminile, ritornando così su una ripartizione, riconosciuta fin dall’inizio della psicoanalisi, delle due nevrosi secondo il sesso: l’isteria è nevrosi della femminilità, la nevrosi ossessiva è nevrosi maschile.

Per Freud si tratta di due modi differenti di difendersi contro la sessualità e dunque contro la castrazione, differenza che si appoggia su esperienze sessuali differenti vissute nell’infanzia, esperienze vissute con dispiacere, come traumatiche, per il soggetto che sarà isterico e con vivissimo piacere, un troppo di godimento, per il futuro ossessivo. Non è questione di anatomia dunque per Freud ma di differenti difese contro la castrazione; per Lacan, di differenti posizioni soggettive nei confronti del significante. Il soggetto animato da un desiderio maschile, che si appoggia su S1, può tentare di sbarazzarsi del suo statuto di soggetto, e dei suoi inconvenienti, sviluppando una nevrosi ossessiva. Chi invece si trova in un luogo in cui sarebbe affrancata da ogni dipendenza soggettiva (è ben nel luogo in cui si attribuisce significato, in cui questo è un “dato”), organizza la sua sintomatologia per affermare che è un soggetto a pieno titolo: l’isterica (non è detto che questo sia quello, è altro).

La promozione del soggetto che è proprio dell’isteria, questo amore per la singolarità, fa sì che sia il modo più comune di stringere un legame con un simile; infatti privilegia il posto dell’Altro, di cui si adopera di conservare l’istanza. E’ per questo generalmente molto ben tollerata socialmente, e diventa nevrosi quando denuncia il legame: il soggetto protesta contro il padre insufficiente, che non lo garantisce nella sua unicità, reclamando conto la sua divisione, la sua castrazione.

Ricordo però che per Lacan l’isteria, prima di essere una nevrosi, è la struttura di un discorso, e cioè ciò che fa legame sociale essendo impossibile il rapporto sessuale.

E’ da questo punto di vista, forse, che possiamo intendere Freud, quando dice che il linguaggio della nevrosi ossessiva è un dialetto dell’isteria.

Anche la nevrosi ossessiva rifiuta la castrazione, ma cercando di abolire ogni posizione soggettiva, che gli ritorna nel Reale del sintomo. Per questo non fa legame sociale, perché cerca di annullare il posto dell’Altro, è per l’uniformazione - da cui forse i timori omicidi - e in questo senso ingessa il gioco sociale.

*Intervento tenuto a Milano il 7 Marzo 2009 in occasione delle attività della Scuola di specializzazione per la formazione degli pscioterapeuti