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LA FAMIGLIA CLAUSTROFILICA

24.6.2016

La psicoanalisi può confondersi con la sociologia? Gli strumenti di lettura che Lacan ci ha lasciato per leggere il sociale sono spesso a rischio di contaminazione. Anche l’aforisma “L’inconscio, è il sociale” con cui ho chiamato questo blog, si presta all’accostamento tra sociologia e psicoanalisi. Tuttavia la psicoanalisi non è una sociologia perché è una scienza del singolo, del soggetto che costruisce il suo particolare discorso estraendo i significanti dalla lingua in cui è allevato e con cui dà corpo al suo mondo.
La lingua fa parte dell’indagine sociologica – nessun sociologo potrebbe occuparsi di una determinata cultura senza conoscerne la lingua- ma la sociologia non indaga sull’uso, inventivo e originale, che ciascun soggetto fa del linguaggio in cui è cresciuto. Un uso che egli non decide ma che s’inscrive in lui fin dalla nascita e, prima ancora, quando è nel ventre di sua madre.

Come psicoanalisti ci occupiamo del sociale ma non per questo facciamo sociologia, a meno di dimenticare che il nostro sapere viene dalla clinica e che solo in essa trova la sua giustificazione; nella clinica, cioè nel particolare. Ci capita di confrontare i particolari che cogliamo nella clinica con i fenomeni sociali che ci appaiono rilevanti e in parte generalizzabili e ne traiamo delle conseguenze, sempre provvisorie.

Così quando diciamo che il meccanismo che regola l’economia psichica oggi non è più la castrazione, diciamo la verità, perché lo verifichiamo nella nostra pratica, ma, quando dobbiamo poi dire che cos’è che regola l’economia psichica oggi, non sempre ci troviamo d’accordo. C’è chi parla di forclusione, come per le psicosi, chi di diniego, come per le perversioni. Un mondo di perversioni secondo alcuni, psicotizzato secondo altri. Siamo d’accordo tutti sulla prima parte dell’affermazione, cioè che la castrazione non basta più a spiegare il funzionamento dell’economia psichica oggi, ma non sulla seconda, che propone delle risposte diverse.

E’ certo comunque che la psicoanalisi è preziosa per costruire bussole di orientamento nel panorama umano che cambia con tanta rapidità.
Un libro, uscito di recente, si avventura in questo cammino, senza dubbio scivoloso, della lettura del sociale via psicoanalisi. L’autrice è Laura Pigozzi e il libro si chiama: “Mio figlio mi adora. Figli in ostaggio e genitori modello”.

La premessa delle tesi di Laura Pigozzi è che la famiglia non può mai essere considerata come frutto di un legame solo biologico ma sempre e soprattutto come struttura culturale. La filiazione è sempre e soprattutto psichica, non biologica e naturale, sostiene. Questa premessa vuole contestare il mito della “vera” madre, della madre naturale, biologica.

Pigozzi vuole condannare il potere, oggi senza limiti, della madre : quella che dorme col figlio -nella sua tesi è una realtà frequente- sostituendolo a un partner adulto, in realtà soddisfa una pulsione mortifera, la propria e quella del figlio.
La pratica di dormire col figlio, che in inglese ha già un nome, una definizione, il co-sleeping, è un’esaltazione della tendenza ” naturale ” degli uomini a dormire insieme. La cultura, però, si contrappone alla natura o meglio la assume e la traduce, non può slegarsi dai codici culturali. L’esaltazione della Natura, così come della Madre biologica, produce dell’animalità, non dell’umanità.

Dalla premessa iniziale, la patogenicità della famiglia concepita come esclusivamente naturale, l’autrice sviluppa le sue tesi. Oggi tutto viene cercato “dentro” la famiglia, inclusiva e “claustrofilica”, un luogo di imbarbarimento. Essa genera dipendenza, impedisce la ricerca dell’alterità, plaude per l’eguaglianza di tutti i membri, per la confidenza e la trasparenza reciproca, favorisce un godimento di tipo incestuoso. Il figlio è considerato più importante del partner, la coppia e il suo funzionamento non sono più al centro della vita dei soggetti ma i figli sono prevalenti nell’investimento affettivo quanto nel progetto di vita. Essi diventano una specie di garanzia affettiva che non verrà a mancare, a differenza di un partner che invece può venire meno.

L’autrice fa derivare da qui la richiesta delle coppie gay di aver in adozione dei bambini che garantiscano un’affettività “sicura” e condanna la pratica della maternità surrogata che ne deriva: affittare un utero non somiglia affatto al donare un rene, l’utero non è un organo come un altro, utero e rene non sono la stessa cosa sul piano psichico. Inoltre – e qui Laura Pigozzi dà un contributo particolarmente competente visto che si occupa della voce, canta e insegna canto- come non valutare l’importanza che ha per il feto la prosodia della voce materna e di quella paterna, il fatto che quelle voci egli impari a riconoscerle molto precocemente e quindi si inscriva fin d’allora in un gruppo linguistico e culturale predefinito? C’è poca attenzione al fatto che un bambino sia un soggetto di diritto e non un oggetto narcisistico generato per soddisfare i genitori.

I bambini vengono allevati nel claustrum di genitori a tempo pieno che, quando i figli sono in età scolare, spesso non riconoscono l’autorità degli insegnanti e giudicano il loro operato.

Un interessante capitolo di questo libro è dedicato al destino dei bambini figli di separati, vale a dire la maggioranza, ormai, dei nostri bambini. L’autrice trova che il cosiddetto “affido congiunto”, se permette davvero al bambino di vivere tranquillamente in due case, non è affatto negativo, anzi può essere un arricchimento di esperienze e di mondi. Se questo avviene la famiglia cui fa riferimento il bambino non è monigenitoriale ma diventa plurigenitoriale. I genitori devono essere almeno due, cioè possibilmente più di due. Oltre a patrigni e matrigne può esserci la funzione dei nonni, degli zii, tutte figure adulte che funzionano come riferimenti plurimi.

A cosa serve questa claustrofilia accentuata, questa patologia diffusa che tende a stabilire col figlio ciò che non si trova più nel rapporto con una donna o con un uomo? Serve a evitare il rapporto con un adulto dell’altro sesso, l’assunzione di una posizione sessuata, il problema della femminilità per una donna e della mascolinità per un uomo.

Plusmaterno è un neologismo che Pigozzi crea in eco al plusgodimento di cui parla Lacan quando rilegge in chiave psichica il plusvalore marxiano;

Definiamo plusmaterno la forma in cui la funzione simbolica materna è sostitiuita da quella simbiotica, in cui un limite è sostituito dalla legge arbitraria della carne.” (109).

Un’immagine del plusmaterno è l’intimità erotizzata che si ha con i figli e che va invece riservata a un partner, non a un bambino, che annulla la sua curiosità sessuale e con essa tutte le domande, il desiderio di sapere e investigare..
L’autrice indica come un rischio di plusmaterno, di godimento incestuoso, tutte le pratiche che esaltano la maternità; fra queste anche il ritorno al parto fatto in casa gestito dalle associazioni di sacerdotesse -ostetriche.
Anche i padri possono essere nella posizione del plusmaterno. Coloro che definiamo ironicamente “mammi”, forse?

E’ nitida la connessione tra il godimento della madre e l’attuale disagio della civiltà: anche il sociale – come il plusmaterno- predilige godimenti ipnotici e tossici…”(128)

Infine la questione della violenza sulle donne: Pigozzi sostiene che la posizione dell’uomo violento è la stessa del genitore invasivo, simbiotico e possessivo.

Le famiglie inclusive sono violente anche quando non scorre sangue, nell’ordinaria violenza della claustrofilia domestica” (p.143)

La famiglia è il regno del materno, conclude Laura Pigozzi, qualunque sia la sua composizione di genere (dunque anche nel caso delle famiglie gay).
Come si colloca in questo contesto l’evaporazione del padre di cui parla Lacan? Quale spazio può prendere il padre in questo quadro di plusmaterno simbiotico?
Il padre “non evaporato” è, sostiene l’autrice, un padre genitale.
Che cosa intende Pigozzi per padre genitale?:

Colui che non è né simbiotico, né esageratamente fallico, quello che accetta la temperata frustrazione che nasce dall’incontro con la realtà, che riesce a trasmettere una misura” (p.149)

Si potrebbe aggiungere, e il punto è fondamentale, che un padre è chi è capace di desiderio per una donna e che per questo non teme di mostrare la sua mancanza, un “debole” che è anche la sua forza. Questo va di pari passo con la sua funzione sociale e il lavoro che svolge.

Il libro si chiude con una stoccata a un malinteso presente nel femminismo: l’autrice gli rimprovera di aver confuso il patriarcato con la funzione paterna.
In conclusione: un libro coraggioso che sfida luoghi comuni e pregiudizi, che prende posizione senza temere di andare controcorrente e che legge con intelligenza la nostro attualità.

Marisa Fiumanò