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Paranoie fra psichiatria e psicoanalisi: può la psichiatria fare un po' a meno di se stessa?

a commento della serata in occasione della presentazione del libro di Fabrizio Gambini "Paranoie. Tra psichiatria e psicoanalisi, saperci fare con la psicosi"

ParanoiaSerata piacevole e molto interessante, alla Casa della Psicologia, l’8 Novembre scorso, in occasione della presentazione del libro dello psichiatra e psicoanalista Fabrizio Gambini, per trent’anni “militante” nel difficile mondo della salute mentale, o della follia, e per molti anni, prima del recentissimo pensionamento, direttore del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di un ospedale torinese.

Un uomo simpatico, incline all’aneddoto e alla battuta, capace di rendere leggero, commestibile e addirittura intrigante un concetto così desueto e ostico, come quello di paranoia. L’etichetta sembra quasi essere destinata a sparire ormai dalla classificazione del clinico. Come il concetto di isteria, anche quello di paranoia ha avuto invece grandi fortune nel secolo scorso, quando ancora i gradi compendi diagnostici cercavano di dar conto non soltanto di una descrizione fenomenologica, ma dei meccanismi di formazione clinici dei quadri e delle loro cause.

Il dott. Gambini ci insegna che il concetto di paranoia torna oggi molto utile, in ambito clinico, se approcciato non tanto dal lato della “dementia praecox”, o della lettura biologica del disturbo, che era stato il punto di partenza della grande psichiatria di fine ‘800 e da cui aveva avuto origine la ricerca freudiana, ma proprio se la si riconsidera così, psicoanaliticamente, come un modo soggettivo di accedere al linguaggio.

La paranoia sostituisce alla credenza del nevrotico, la certezza.

Ciò che di misterioso c’è nella vita umana, nell’esistere stesso del soggetto umano e nel suo stare nel mondo, è intollerabile per il paranoico. Da dove viene la vita, cosa accade dopo la morte, cosa permette l’incontro con la differenza sessuale, come convivere con la mancanza strutturale dell’oggetto? Ecco, tutte queste domande, cui la filosofia, ma anche la scienza, cercano di dare risposte - risposte che sono comunque sempre limitate, luci che squarciano le tenebre, senza tuttavia farle sparire - sono domande con le quali il folle non può convivere. Ogni volta che la contingenza della vita porta il paranoico ad un incontro ravvicinato con questo “buco di sapere”, egli inventa, costruisce una teoria “scientifica” , cioè il delirio, che ricopre questi vuoti e annoda fra loro gli oggetti e i soggetti, li mette in una connessione, in un legame, in una co-presenza continua e controllata dal soggetto stesso.

Dunque, il sapere incrollabile, è dell’ordine della filosofia (la storia del pensiero filosofico vista come una paranoia, in un certo senso), mentre il discorso religioso (e le pratiche religiose, soprattutto), in quanto fondate sulla “credenza”, che si appoggia al mistero, mistero che in qualche modo è messo a fondamento del sistema stesso, è più propriamente dalla parte del funzionamento nevrotico.

In che senso questi discorsi possono aiutare il clinico? In che modo un testo così rigorosamente avvezzo all’armamentario teorico lacaniano, ha potuto “parassitare”, “depotenziare” il delirio scientifico (o scientista) della psichiatria degli ultimi vent’anni, a partire da questo discorso sulla paranoia?

I due discussant, Marisa Fiumanò e Graziano Senzolo, ma anche lo stesso autore, hanno mostrato, citando alcuni esempi clinici molto semplici e molto generosamente presenti nel testo, come questa distinzione di struttura torni utile nel trattamento quotidiano dei soggetti psicotici. La psicosi, per la psicoanalisi, è un modo particolare di abitare il linguaggio (esattamente come la nevrosi, seppure i modi di relazione al linguaggio siano, appunto, distinti) e dunque, la diagnosi differenziale in psicoanalisi è un ascolto orientato e allenato a cogliere questa differenza, per sintonizzarcisi. Ciò che occorre al clinico, è dunque questa competenza nell’ascoltare il discorso del soggetto e non tanto una competenza di tipo fenomenologico, che intercetti il “deficit”, o che osservi e classifichi i sintomi.

Se ci mettiamo in ascolto, ci rendiamo conto che il nevrotico dubita, è preso nell’enigmaticità del sintomo che lo ingombra (“Dottore, mentre ero in cucina, guardavo mia madre che di schiena stava lavando i piatti, e a un certo punto, un pensiero mi ha raggiunto, non so da dove mi venisse questo pensiero, e ho pensato che avrei potuto prendere il coltello che era sul tavolo e piantarglielo nella schiena”), mentre il paziente psicotico non ha questo dubbio, non distingue fra pensieri, fantasie, e atti. Lo psicotico agisce nel reale, e a seguito dell’azione ricostruisce il senso di questa azioni; a partire da “voci” che lo hanno istigato a muoversi nel reale, ricostruisce anche le motivazioni e il senso di quello che è accaduto (“Dottore, ho colpito mia moglie con l’ascia, perché le voci mi dicevano che lei mi tradiva, e so che è lei che ha mandato le voci, so che le controlla con il cellulare e ha macchinato tutto questo per farmi impazzire”).

Una psichiatria capace di mitigare se stessa, è una psichiatria che accoglie la dimensione dell’ascolto; è una psichiatria in grado di accogliere un paziente, anche in SPDC, con una domanda aperta “Casa succede?” e non tanto “Cosa c’è che non va in questa persona?”. Ascoltare una persona con un delirio paranoico, significa aiutarlo a costruire un delirio utile, robusto, in grado di fare “tenuta”. Non è quindi soltanto il diritto a vivere nella “polis”, che certamente va garantito al paziente, come a tutti i soggetti deboli, non è solo e non è tanto il diritto all’inclusione sociale, che è in gioco a partire dalla psicoanalisi, quanto il diritto ad essere nel mondo con il proprio delirio.

Con la psicoanalisi, che va a temperare il discorso della psichiatria attuale, psichiatria del “deficit”, dello “squilibrio chimico” (ingenua clinica che cerca di scimmiottare, invano, la clinica medica, pur in totale assenza di un discorso sulle cause), è in gioco quindi un ascolto che non solo fa posto al delirio, ma che sostiene il soggetto affinché riparta dal suo delirio, come centro di gravità, perno, attorno a cui tentare una sua ricostruzione, o almeno riparazione, del mondo.

Il ché è ben diverso dal confermare e certificare la realtà del delirio. Significa stare nel racconto, comprenderne i punti di non ritorno, quelli che fanno da collante, che permettono, se ben sviluppati e sostenuti in una co-costruzione narrativa, una pacificazione profonda...

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